Ciò che esisteva prima di noi

Una faggeta al mattino, con la luce che entra di lato tra i tronchi alti e il suolo coperto di foglie

In una faggeta, al mattino, la luce arriva di lato. Entra tra i tronchi come attraverso le colonne di una navata, e accende di verde le foglie più alte mentre il suolo resta ancora in ombra, coperto da uno strato fitto di foglie secche color rame. I faggi sono dritti, grigi, lisci. Salgono senza rami per molti metri, poi si aprono in alto in una chioma che filtra il cielo. Non c’è un sentiero tracciato. C’è solo lo spazio tra un albero e l’altro.

La prima cosa che cambia, entrando, è la scala. I tronchi superano il campo visivo e si perdono in alto. La luce che tocca il suolo ha attraversato strati di foglie, e ognuno l’ha resa più morbida. I rami che si muovono adesso si muovevano prima che arrivassimo. Le radici affondano in un terreno che si è formato in secoli di foglie cadute, una sopra l’altra.

Siamo arrivati nel mezzo di qualcosa che non ha alcun interesse per il nostro arrivo. Non è una cosa da poco.


Indifferenti

Ci sono luoghi che sembrano del tutto indifferenti alla nostra presenza. Non ostili: indifferenti. Non chiedono chi siamo, che cosa abbiamo ottenuto o che cosa speriamo di diventare. Non premiano le nostre ambizioni e non consolano i nostri fallimenti. Esistono, in silenzio e per intero, come esistevano prima di noi e come continueranno a esistere dopo.

La maggior parte degli ambienti in cui viviamo, invece, è costruita intorno a noi. Le case, gli uffici, i negozi rispondono alla nostra presenza, anticipano i nostri bisogni, ci restituiscono di continuo un riscontro su come stiamo andando. Perfino la natura che frequentiamo più spesso è stata spesso adattata per accoglierci: sentieri segnati, panchine, cartelli con i tempi di percorrenza. È comodo, ed è giusto che sia così. Ma ha un effetto collaterale: siamo sempre al centro della scena.

Un bosco vecchio rovescia questa prospettiva. Non si esibisce e non aspetta. Non è stato messo lì per noi. E proprio per questo, stando dentro, si prova un sollievo insolito: per una volta, non siamo noi il punto.


Il tempo profondo

C’è un nome per la scala di tempo a cui appartengono certe cose. Lo coniò nel 1981 lo scrittore americano John McPhee, in un libro sulla geologia del West: tempo profondo. È il tempo delle montagne che si alzano e si consumano, dei mari che si ritirano, delle rocce che si piegano. Un tempo così lungo che la mente umana non riesce a immaginarlo, solo a calcolarlo.

L’idea però era più antica. Nel 1788 il naturalista scozzese James Hutton, osservando gli strati di roccia della sua Scozia, arrivò a una conclusione che allora suonava quasi scandalosa: la Terra non aveva qualche migliaio di anni, ma un’età immensa, fatta di cicli lenti di erosione e sedimentazione. Chiuse il suo saggio con una frase rimasta celebre: non troviamo traccia di un inizio, né prospettiva di una fine.

Un bosco non è vecchio come le rocce. Ma porta dentro di sé qualcosa di quel tempo. Un faggio può vivere tre o quattro secoli. Il suolo sotto di lui è il risultato di millenni. E una faggeta lasciata a sé stessa segue un ritmo in cui una generazione umana è appena un momento. Entrarci significa, per un’ora, abitare una scala di tempo diversa dalla nostra.


Guardare in alto

Che cosa succede, dentro di noi, quando ci troviamo di fronte a qualcosa di così grande? Nel 2015 un gruppo di psicologi guidato da Paul Piff, dell’Università della California a Irvine, provò a misurarlo. Nel campus di Berkeley c’è un boschetto di eucalipti della Tasmania alti più di sessanta metri. I ricercatori chiesero a un gruppo di studenti di guardarli per un minuto. A un altro gruppo chiesero di guardare, per lo stesso tempo, un grande edificio lì vicino.

Poi un ricercatore si avvicinava con un questionario e, come per caso, lasciava cadere una manciata di penne. Gli studenti che avevano guardato gli alberi ne raccolsero di più. Nei questionari dichiaravano anche di sentirsi meno in diritto di pretendere e più esigenti con sé stessi sul piano etico. Lo studio, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, è uno dei più noti sull’emozione che gli psicologi chiamano meraviglia, o soggezione.

La spiegazione proposta dagli autori è semplice: di fronte a qualcosa di molto più grande di noi, il nostro io si fa più piccolo. Non nel senso di sentirci umiliati, ma di sentirci parte di qualcosa. Le preoccupazioni che fino a un attimo prima occupavano tutta la scena si ridimensionano. E quando l’io occupa meno spazio, ne resta di più per gli altri.

Non è un’intuizione nuova. Nel 1802 lo scrittore francese François-René de Chateaubriand, nel Genio del cristianesimo, sosteneva che le cattedrali gotiche fossero nate imitando le foreste: i pilastri come tronchi, le volte come chiome intrecciate, la luce colorata come quella che filtra tra le foglie. I boschi, scriveva, sono stati i primi templi. Che avesse ragione o no come storico, aveva capito qualcosa di vero su come ci si sente sotto gli alberi alti.


Un bosco a due passi

Per chi vive in Ticino, un esempio di questo tipo di bosco è a mezz’ora d’auto da Locarno. In Vallemaggia, sopra Lodano, si apre una valle laterale coperta di faggete. Dal 2010 il patriziato di Lodano ha deciso di lasciarne gran parte a sé stessa, trasformandola in riserva forestale: niente tagli, niente interventi, il bosco libero di crescere, invecchiare, cadere e rinascere secondo i suoi tempi. Negli anni successivi si sono aggiunte le valli vicine di Busai e Soladino.

Il 28 luglio 2021 il Comitato del patrimonio mondiale dell’UNESCO ha inserito queste faggete, insieme a quelle del Bettlachstock nel canton Soletta, tra le Faggete antiche e primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa. È un sito diffuso in diciotto paesi, nato per proteggere ciò che resta delle grandi foreste di faggio che dopo l’ultima glaciazione si erano espanse su gran parte del continente.

Ciò che rende speciali questi boschi non è la bellezza. Ce ne sono di più spettacolari. È il fatto che lì nessuno decide al posto del bosco. Un albero caduto resta dove è caduto, e diventa casa per funghi, insetti, muschi. Un vuoto nella chioma viene riempito, prima o poi, da un giovane faggio che aspettava la luce. È un luogo che non è stato sistemato per i visitatori. Per questo, quando lo si attraversa, si ha la sensazione di essere ospiti, non clienti.


Il capitale e gli interessi

Anche le leggi, a volte, sanno ragionare sulla scala del bosco. Nel 1868 una serie di alluvioni devastò le valli alpine svizzere e fece più di cinquanta morti. Una delle cause era evidente: decenni di disboscamenti avevano lasciato i pendii senza protezione. Otto anni dopo, il 24 marzo 1876, la Confederazione approvò la sua prima legge forestale.

Il principio su cui si fondava era di una semplicità quasi contadina: ogni generazione deve ricevere un bosco produttivo quanto quello ricevuto dalla precedente. Si può tagliare ciò che ricresce, gli interessi, ma il capitale deve restare intatto. All’inizio la regola valeva solo per le montagne. Nel 1902 fu estesa a tutto il paese, con il divieto di ridurre la superficie forestale. Ancora oggi, chi abbatte un bosco in Svizzera deve compensarlo piantandone un altro, e circa un terzo del territorio è coperto di alberi.

C’è qualcosa di commovente in una legge che pensa a nipoti che nessuno dei legislatori avrebbe conosciuto. È la stessa logica del bosco: lavorare su una scala più lunga della propria vita, e accettare che i frutti migliori li raccoglierà qualcun altro.


Proporzione

In un bosco, poi, il tempo scorre in modo diverso. Non più lentamente, esattamente, ma senza quella particolare urgenza che struttura la maggior parte delle nostre giornate.

L’urgenza della vita di oggi nasce in gran parte dalla reattività: la sensazione che qualcosa stia sempre aspettando una risposta, che la nostra attenzione sia sempre dovuta altrove. Un bosco non avanza pretese di questo genere. Il vento tra le chiome non chiede di essere riconosciuto. La luce di una certa ora non aspetta un commento. Queste cose accadono, come sono sempre accadute, senza alcuna attesa nei nostri confronti.

Ciò che ne nasce richiede un po’ di tempo, perché le abitudini della reattività non si allentano subito. Ma a un certo punto arriva qualcosa di vicino all’esperienza di esistere senza obblighi. E con essa, quasi senza accorgercene, le cose che ci eravamo portati dietro riprendono la loro misura. La scadenza resta una scadenza, il problema resta un problema. Ma smettono di occupare tutto l’orizzonte. Il bosco c’era prima della domanda che portiamo con noi, e ci sarà dopo che le avremo dato una risposta, o l’avremo dimenticata.


Una scala diversa

Su questa rivista chiamiamo Calm Performance un modo di lavorare che misura la prestazione anche da ciò che riesce a preservare: l’energia, l’attenzione, la lucidità. Tra le cose da preservare ce n’è una che si nomina poco: il senso delle proporzioni. Chi lo perde lavora male, anche se lavora molto. Ogni problema sembra il più grave, ogni ritardo una catastrofe, ogni decisione quella definitiva.

Ne derivano alcune scelte semplici. La prima: frequentare, ogni tanto, qualcosa di più grande di noi. Un bosco vecchio, una montagna, il mare d’inverno, un cielo stellato lontano dalle luci. Non serve un viaggio: spesso basta un’ora a piedi dalla porta di casa. La seconda: andarci senza obiettivi. Non per fare sport, non per fotografare, non per tornare più produttivi. Il bosco restituisce proporzione proprio perché non gli chiediamo nulla. La terza: guardare in alto. Sembra banale, ma l’esperimento di Berkeley dice che bastano sessanta secondi con lo sguardo rivolto verso qualcosa di immenso per vedere il resto con occhi diversi.

E una quarta, la più utile al rientro: portarsi dietro la scala, non le risposte. Il bosco non risolve niente. Ma chi torna dalla faggeta con un senso più giusto delle dimensioni delle cose prende spesso decisioni migliori, e più calme, di chi ha passato la stessa ora a cercare una soluzione davanti allo schermo.


Dopo di noi

Quando ce ne andiamo, il bosco resta esattamente com’era. La nostra visita non lo ha cambiato in nulla. Gli alberi che si tendevano verso la luce quando siamo arrivati si tendono ancora. Il silenzio tra un suono e l’altro, che non è proprio silenzio ma assenza di richieste, continua senza di noi.

Non abbiamo portato via nulla, se non forse un senso un po’ diverso della scala delle cose. Può bastare. Ciò che un bosco offre non è un recupero in senso strategico: non è pensato per renderci più efficienti o più resilienti. Esiste a una scala e con una durata che fanno sentire la nostra scala e la nostra durata, per un momento, della misura giusta.

E a volte è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno. Non risposte, ma proporzione. Non silenzio, ma la compagnia di qualcosa che esisteva molto prima che cominciassero le nostre domande, e che continuerà a esistere quando le avremo dimenticate.

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