Da qualche parte in Italia, in una strada tranquilla, c’è un muro di grandi blocchi di pietra chiara, segnati dal tempo e dalla pioggia. Nel muro si apre una porta di legno dipinta di un verde grigio, chiusa, con i suoi riquadri ordinati e nessun nome accanto. Davanti al muro, a pochi passi, una panchina di legno con le gambe di ferro. Non c’è nessuno seduto. Ma è facile immaginare qualcuno lì, a guardare quella porta senza alzarsi.
Che cosa c’è dietro? Una casa, un cortile, una scala, un magazzino vuoto. Da fuori è impossibile saperlo, ed è proprio questo il punto. Una porta chiusa non mostra niente, e per questo può contenere tutto.
Quasi ogni vita ha porte di questo genere. Un’altra città in cui avremmo potuto trasferirci. Un altro lavoro che abbiamo rifiutato. Una persona che non abbiamo richiamato. Una decisione presa in un senso, quando avrebbe potuto essere presa nell’altro. Di solito restano tranquille sullo sfondo. Poi, in un momento difficile, quando un progetto si inceppa o una giornata pesa più del solito, la mente torna a sedersi su quella panchina e si chiede: e se?
Due strade in un bosco
Nell’agosto del 1915 il poeta americano Robert Frost pubblicò sull’Atlantic Monthly una poesia destinata a diventare una delle più citate della lingua inglese, The Road Not Taken, la strada non presa. Comincia con un’immagine semplice: «Two roads diverged in a yellow wood», due strade si separavano in un bosco giallo. Il viaggiatore ne sceglie una, e alla fine dice che scegliere quella meno battuta «ha fatto tutta la differenza».
Per un secolo la poesia è stata letta come un elogio delle scelte coraggiose. Ma basta rileggerla con attenzione per accorgersi di un dettaglio. Poco prima, il viaggiatore ammette che le due strade erano consumate «really about the same», più o meno allo stesso modo. Non c’era una strada meno battuta. La differenza la racconterà lui, molti anni dopo, «with a sigh», con un sospiro.
Frost, si racconta, l’aveva scritta in parte per scherzo, pensando all’amico Edward Thomas, che durante le loro passeggiate esitava sempre davanti a ogni bivio e poi rimpiangeva il sentiero che non avevano preso. Thomas, però, la prese sul serio. Pochi mesi dopo averla letta si arruolò nell’esercito britannico, e morì ad Arras, in Francia, nell’aprile del 1917. Frost passò il resto della vita a spiegare che quella poesia era più ironica di quanto sembrasse, e quasi nessuno gli diede retta.
La poesia non parla della strada scelta. Parla della storia che ci raccontiamo dopo, su quella che non abbiamo percorso.
La porta arredata
È questa la cosa più sottile delle vite che non abbiamo vissuto: non le ricordiamo, le costruiamo. E le costruiamo con un materiale molto particolare.
La vita che stiamo vivendo ha incontrato tutto ciò che la realtà impone. L’incertezza, il compromesso, le mattine ordinarie che non somigliavano a niente di ciò che avevamo immaginato. Le conversazioni difficili. Le delusioni arrivate senza preavviso. Il lento accumularsi di piccoli fallimenti che nessuno ha notato, ma che ci siamo portati dietro.
Le vite alternative non hanno incontrato nulla di tutto questo. Sono rimaste nella possibilità, che è un paese con altre leggi. Lì la difficoltà è facoltativa. La storia contiene solo ciò che scegliamo di metterci, e non scegliamo mai le parti più dure.
La distanza è un redattore straordinario. Toglie ciò che non sa giustificare e ammorbidisce ciò che non riesce a togliere. La vita all’estero contiene l’avventura senza la solitudine particolare che l’avventura produce. La carriera più interessante contiene il successo senza i sacrifici che il successo richiede. Una porta mai aperta può restare perfetta per sempre, non perché dall’altra parte ci aspettasse la perfezione, ma perché siamo stati noi ad arredarla. E l’abbiamo arredata con ciò che ci mancava, non con ciò che c’era davvero.
Il prezzo delle porte aperte
C’è un esperimento che rende tutto questo quasi visibile. Nel 2004 l’economista Jiwoong Shin e lo psicologo Dan Ariely pubblicarono sulla rivista Management Science uno studio intitolato, non a caso, Keeping doors open, tenere aperte le porte.
I partecipanti giocavano al computer per soldi veri. Sullo schermo c’erano tre porte, e dietro ognuna una stanza che pagava una piccola somma a ogni clic. Avevano un numero limitato di clic, e la strategia migliore era semplice: provare le tre stanze, trovare quella più redditizia e restarci. Poi i ricercatori aggiunsero una regola. Ogni porta che non veniva visitata per un po’ cominciava a rimpicciolire, fino a sparire.
A quel punto quasi tutti cambiarono comportamento. Continuavano a tornare indietro per salvare le porte che si stavano chiudendo, sprecando clic e guadagnando meno, circa il quindici per cento in meno. Lo facevano anche quando riaprire una porta costava denaro, e perfino quando sapevano che una porta scomparsa poteva essere recuperata. Non stavano proteggendo una possibilità utile. Stavano evitando il piccolo dolore di vedere una porta chiudersi.
Ariely ha raccontato l’esperimento anche nel suo libro Prevedibilmente irrazionale, del 2008, e ne ha tratto una conclusione che va molto oltre il gioco: chiudere un’opzione ci sembra una perdita, anche quando non lo è, e siamo disposti a pagare pur di non sentirla.
La libertà che pesa
Tenere tutte le porte aperte sembra prudente. Spesso è il contrario. Lo ha mostrato lo psicologo di Harvard Daniel Gilbert insieme a Jane Ebert, in uno studio pubblicato nel 2002 sul Journal of Personality and Social Psychology.
Agli studenti di un corso di fotografia fu chiesto di stampare le loro due foto migliori e di tenerne una sola. A una parte di loro fu detto che la scelta era definitiva. Agli altri, che avrebbero potuto cambiare idea nei giorni successivi. Chi poteva tornare indietro, alla fine, era meno soddisfatto della foto che aveva tenuto. Chi non poteva, si era affezionato alla sua. Eppure, quando si chiedeva in anticipo quale delle due condizioni preferissero, la maggior parte sceglieva di poter cambiare idea.
Gilbert spiega il fenomeno con quello che chiama sistema immunitario psicologico. Quando una scelta è definitiva, la mente si mette al lavoro per farci stare bene con ciò che abbiamo: nota i pregi, ridimensiona i difetti, trova buone ragioni. Quando la scelta resta reversibile, quel lavoro non comincia mai. Continuiamo a soppesare, e ogni volta che soppesiamo la foto che abbiamo in mano perde un po’ del suo valore, mentre quella rimasta nel cassetto ne guadagna.
È un piccolo paradosso con grandi conseguenze. Una porta che resta socchiusa continua a chiederci attenzione. Ci invita a confrontare, a dubitare, a tornare a sederci sulla panchina. Una porta chiusa, invece, ci lascia liberi di abitare la stanza in cui siamo.
Il rimpianto lungo
Questo non significa che i rimpianti siano inutili. Gli psicologi Thomas Gilovich e Victoria Medvec, della Cornell University, studiano da anni come cambiano nel tempo. In un lavoro del 1995 sulla Psychological Review hanno osservato che nel breve periodo rimpiangiamo soprattutto ciò che abbiamo fatto: la frase sbagliata, l’acquisto inutile. Ma guardando indietro su molti anni, i rimpianti più duraturi riguardano ciò che non abbiamo fatto.
Una delle ragioni, suggeriscono, è proprio quella della porta arredata. Le conseguenze di un’azione sono finite, concrete, misurabili. Quelle di un’azione mancata non hanno confini: possono crescere quanto vogliamo, perché nessuno le ha mai messe alla prova.
C’è quindi una differenza utile da fare. Alcune porte chiuse ci dicono qualcosa di vero, un desiderio che conta ancora e che si può ancora seguire, magari in un’altra forma. Altre sono soltanto il luogo dove la mente va a riposare quando il presente si fa faticoso. Le prime meritano una decisione. Le seconde meritano di essere riconosciute per ciò che sono: confronti impari.
Una realtà contro un’immaginazione
Nel 1998 il film Sliding Doors raccontava due versioni della stessa vita, separate da una porta della metropolitana che si chiude o non si chiude in tempo. Lo spettatore le vede entrambe, giorno dopo giorno, con le loro gioie e i loro guai. Nella vita reale non abbiamo questo privilegio. Una delle due versioni la viviamo per intero. L’altra la conosciamo solo dal trailer.
E un trailer, per definizione, mostra solo le scene migliori. Non mostra le attese, le serate stanche, i mesi in cui non succede niente. Non mostra i problemi che quella vita avrebbe avuto e che noi, semplicemente, non abbiamo mai dovuto conoscere. Per questo il confronto ci sembra così spesso sfavorevole: mettiamo il film intero della nostra vita accanto al trailer di un’altra.
Non stiamo confrontando due realtà. Stiamo confrontando una realtà con un’immaginazione, e le immaginazioni hanno un vantaggio che le realtà non avranno mai: non devono sopravvivere al contatto con il mondo.
Sedersi altrove
Su questa rivista chiamiamo Calm Performance un modo di lavorare che misura la prestazione anche da ciò che riesce a preservare: l’energia, l’attenzione, la lucidità. Le porte socchiuse consumano tutte e tre. Ogni alternativa tenuta in sospeso chiede un po’ di attenzione, ogni confronto immaginario sottrae energia a ciò che stiamo facendo davvero.
Ne derivano alcune scelte semplici. La prima: quando la mente torna su una porta chiusa, chiedersi se ci sta dicendo qualcosa di vero o se sta solo cercando riposo dal presente. La seconda: per le porte che contano ancora, prendere una decisione concreta, piccola ma reale, invece di lasciarle socchiuse per anni. La terza: per le altre, chiuderle davvero, come gli studenti di Gilbert che non potevano cambiare la foto. Spesso è proprio la chiusura a permetterci di apprezzare ciò che abbiamo scelto.
E una quarta: ricordare che anche la vita che stiamo vivendo, vista da un’altra panchina, sarebbe la porta chiusa di qualcun altro. Qualcuno, da qualche parte, la immagina perfetta.
Ciò che è diventato reale
Torniamo davanti al muro di pietra. La porta verde è sempre chiusa, la panchina sempre vuota. Possiamo restare a guardarla quanto vogliamo, ma non ci dirà niente di nuovo. Tutto ciò che crediamo di vedere dietro quella porta lo abbiamo portato noi.
Non c’è niente di sbagliato nel sedersi ogni tanto su quella panchina. Immaginare altre vite fa parte del modo in cui capiamo la nostra: ci ricorda che abbiamo scelto, che le cose avrebbero potuto andare diversamente, che non tutto era scritto. Il problema comincia quando la panchina diventa il posto dove passiamo le giornate. Quando la porta chiusa smette di essere una domanda e diventa un metro con cui misurare, sempre al ribasso, la vita che abbiamo davanti.
A un certo punto ci si alza dalla panchina. Si torna alla propria strada, quella imperfetta, incompiuta, a volte deludente e a volte straordinaria. Quella plasmata da cose che abbiamo scelto, da cose che non abbiamo scelto e da cose che nessuno avrebbe potuto prevedere.
È l’unica che sia diventata reale. Ed è qualcosa che le altre vite, per quanto perfette restino dietro le loro porte chiuse, non hanno mai dovuto fare.




