All’inizio dell’autunno, in un bosco di castagni, i primi ricci cominciano a cadere. Sono ancora verdi, chiusi, coperti di aculei sottili che brillano nella luce. Stanno sparsi sul sentiero tra le foglie che hanno appena cominciato a ingiallire. Dietro, i tronchi salgono dritti e la luce del pomeriggio filtra tra le chiome, morbida, verde e dorata.
Chi passa di lì in una domenica di settembre ha l’impressione di trovarsi davanti a un dono spontaneo della montagna: un bosco generoso che, da solo, lascia cadere i suoi frutti ai piedi di chiunque si fermi a raccoglierli. Tra qualche settimana i ricci si apriranno, e dentro ci saranno le castagne.
È un’impressione comprensibile. Ed è quasi del tutto sbagliata.
L’albero del pane
Una selva castanile non è un bosco selvatico. È un luogo coltivato, costruito pazientemente nel corso di secoli.
Quegli alberi sono stati innestati, uno per uno, da mani che sapevano quale varietà avrebbe dato il frutto migliore su quel versante. Sono stati distanziati perché ciascuno avesse luce a sufficienza. L’erba sotto le chiome è stata falciata, i rami secchi tagliati, il sottobosco tenuto lontano anno dopo anno. In Ticino, come in gran parte delle Alpi meridionali, il castagno è stato chiamato l’albero del pane: per secoli ha nutrito le famiglie che vivevano sui pendii, e durante la Seconda guerra mondiale, con il razionamento, le castagne tornarono a essere un alimento di base.
Non si buttava niente. Il frutto si mangiava fresco, secco o macinato in farina. Il legno serviva per le travi e per i pali delle vigne. Le foglie diventavano lettiera per il bestiame. Un buon numero di alberi era segno di benessere, e capitava che i castagni facessero parte della dote di una sposa. Nei paesi si costruivano le grà, piccoli edifici di pietra dove le castagne venivano essiccate sopra un fuoco lento che restava acceso per tre o quattro settimane.
E c’è un dettaglio che cambia tutto. Un castagno impiega decenni a raggiungere la piena produzione, e poi può continuare a darla per generazioni. Gli esemplari monumentali possono vivere fino a settecento anni. Chi innestava un albero sapeva che raramente ne avrebbe visto il raccolto migliore. Lavorava per qualcuno che forse non avrebbe mai conosciuto.
Un altro rendimento
Non è così che siamo abituati a misurare il valore di ciò che facciamo.
Il nostro orizzonte si è accorciato. Misuriamo i risultati per trimestri, a volte per settimane. Chiamiamo efficiente ciò che restituisce in fretta l’investimento, e guardiamo con un certo sospetto tutto ciò che chiede di aspettare. Non c’è nulla di sbagliato nel voler vedere il frutto del proprio lavoro. Ma quando diventa l’unico criterio, finiamo per costruire soltanto ciò che possiamo raccogliere noi stessi, e per trascurare tutto ciò che avrebbe bisogno di più tempo della nostra attenzione per dare il meglio di sé.
Circola da tempo un proverbio, attribuito di volta in volta ai greci antichi o a una saggezza popolare senza nome: una società diventa grande quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non si siederanno mai. Nessuno sa con certezza chi l’abbia detto per primo. Ma chiunque abbia camminato in una selva castanile sa che è vero.
Non è un caso che la parola sostenibilità sia nata proprio in un bosco. Nel 1713 Hans Carl von Carlowitz, che dirigeva le miniere della Sassonia e vedeva le foreste sparire per alimentarne i forni, scrisse un trattato di selvicoltura in cui chiedeva un uso «sostenibile» del legno: non tagliare mai più di quanto il bosco riesca a far ricrescere. In Svizzera lo stesso principio entrò nella legge forestale federale del 1876, dopo alluvioni disastrose causate anche dal disboscamento delle montagne. Da allora la superficie dei boschi svizzeri non può diminuire.
Una selva è la prova silenziosa che esiste un altro modo di pensare il rendimento. Non quello che si incassa, ma quello che si trasmette.
Le regole di chi resta
C’è un’altra cosa che le selve insegnano, meno visibile degli alberi. Molte di esse non appartenevano a una sola famiglia, ma alla comunità. In Ticino i boschi, gli alpeggi e i pascoli erano spesso proprietà dei patriziati, le antiche corporazioni delle famiglie originarie del paese, che ne regolavano l’uso con norme precise: chi poteva raccogliere, quando, in quale parte del bosco.
Per molto tempo gli economisti hanno pensato che le risorse comuni fossero destinate a essere sfruttate fino all’esaurimento, perché ognuno avrebbe preso il più possibile prima degli altri. Lo chiamavano la tragedia dei beni comuni. Nel 1990 la politologa americana Elinor Ostrom pubblicò Governing the Commons, un libro che dimostrava il contrario con casi concreti. Uno dei più citati era svizzero: Törbel, un piccolo villaggio vallesano, dove nel 1483 gli abitanti avevano firmato un accordo per regolare insieme l’uso degli alpeggi e dei boschi, e dove quel sistema aveva funzionato per secoli. Nel 2009 Ostrom fu la prima donna a ricevere il premio Nobel per l’economia.
Ciò che aveva scoperto era semplice e profondo. Le comunità che durano non sono quelle che consumano meno, ma quelle che si danno regole per custodire ciò che condividono, e le rispettano anche quando nessuno guarda. È lo stesso principio di una selva ben tenuta: ognuno raccoglie, ma ognuno ha anche il dovere di falciare, potare, pulire.
La cura invisibile
Nel corso del Novecento, molte di queste selve sono state abbandonate. I paesi si sono svuotati, il lavoro si è spostato a valle, e il castagno ha smesso di essere necessario. Nel 1964 l’industria smise di usare il tannino di castagno per conciare le pelli, sostituito da prodotti sintetici, e anche quell’ultima ragione economica scomparve.
Ciò che è accaduto dopo è istruttivo. Il bosco non è morto. Si è semplicemente chiuso. Il sottobosco è salito, altre specie hanno occupato gli spazi, i vecchi alberi hanno continuato a vivere ma sempre più in ombra, sempre meno fecondi. Non c’è stato un momento preciso in cui la selva è andata perduta. C’è stata soltanto una lunga serie di anni in cui nessuno si è più preso cura di lei.
È una caratteristica della cura: resta invisibile finché c’è. La si nota soltanto quando smette. Vale per un bosco, e vale per un’organizzazione, una competenza, una relazione. Ciò che sembra funzionare da solo, quasi sempre, funziona perché qualcuno se ne occupa senza farlo notare.
Il recupero
Negli anni Novanta, in Ticino, qualcuno ha cominciato a fare il percorso inverso. La prima selva liberata dal bosco che l’aveva invasa fu ad Arosio, nell’alto Malcantone: cinque ettari. Oggi, nel solo Malcantone, le selve recuperate sono più di cento ettari, attraversate da un sentiero del castagno, e in alcuni paesi le grà sono tornate ad accendersi in autunno.
Chi ha passato la vita a curare questi boschi ricorda ancora le vecchie regole. Sotto i castagni tenuti con cura, dove l’erba era stata falciata e le foglie raccolte, le castagne spettavano a chi se ne occupava fino a San Martino, l’11 novembre. Era un modo semplice per riconoscere che il frutto non apparteneva soltanto all’albero, ma anche al lavoro di chi lo aveva reso possibile.
È un lavoro lento. Bisogna liberare i vecchi alberi dalla vegetazione che li soffoca, potare con giudizio, reinnestare dove serve, tornare a falciare ogni anno. I primi anni danno poco. Il risultato si vede, se si vede, molto più tardi.
Chi fa questo lavoro non lo fa per possedere qualcosa. Una selva recuperata non appartiene davvero a chi l’ha salvata, così come non apparteneva a chi l’aveva piantata. Passa di mano. Ciascuno la tiene per un tratto, la restituisce un poco migliore o un poco peggiore di come l’ha trovata, e la consegna a chi viene dopo.
L’eccellenza come custodia
Su questa rivista chiamiamo Calm Performance un modo di lavorare che misura la prestazione anche da ciò che riesce a preservare. Una selva castanile ne è forse l’immagine più chiara: un luogo in cui il risultato di oggi dipende da decisioni prese decenni fa, e in cui il lavoro di oggi darà frutto quando chi lo fa non ci sarà più.
Pensiamo a chi, in un’azienda, dedica ore a insegnare il mestiere a un collega più giovane. Nel bilancio dell’anno quel tempo appare come un costo: ore non fatturate, progetti rallentati. Ma dieci anni dopo, quando quel collega guiderà una squadra con la stessa cura che ha ricevuto, nessuno ricorderà da dove è cominciato. È esattamente il lavoro di chi innesta un castagno.
Ne derivano alcune domande semplici, da portare nel lavoro. Che cosa sto costruendo che darà frutto dopo di me? Una squadra che sa lavorare anche senza di me, una competenza trasmessa a chi è più giovane, un cliente servito così bene da restare per anni. Che cosa sto curando senza che nessuno lo veda, e che cosa sto trascurando perché nessuno lo vede? E quali regole, scritte o non scritte, proteggono ciò che condividiamo con gli altri?
Non sono domande che danno risultati entro il trimestre. Ma sono quelle che decidono che cosa resterà.
Ciò che darà ancora
Torniamo al sentiero tra i castagni. I ricci verdi sono ancora lì, sparsi tra le foglie. Tra qualche settimana diventeranno bruni, si apriranno, e qualcuno passerà a raccogliere le castagne. Forse non saprà chi ha innestato quegli alberi, né quando. Non ne conoscerà il nome.
La domanda che ci poniamo di solito è: che cosa mi darà questo? È una domanda legittima. Ma c’è una domanda diversa, più rara, che ha costruito i paesaggi che oggi attraversiamo senza pensarci: che cosa darà ancora, quando io non ci sarò più?
Forse è questa la lezione più discreta che un bosco di castagni può offrire. Che l’eccellenza, nelle sue forme più durature, somiglia meno a una conquista e più a una custodia. In autunno i ricci cadono sul sentiero. Qualcuno, molto tempo fa, ha fatto in modo che potesse accadere.




