Il bosco che dà frutto

Selva castanile in autunno sopra il lago, con ricci e castagne nell'erba

In ottobre, nelle selve castanili sopra il lago, il suolo si copre di ricci.

La luce scende obliqua tra i rami, più bassa e più calda di quella d’estate. I tronchi, larghi e segnati, stanno a distanza regolare l’uno dall’altro, come se qualcuno li avesse disposti con cura. Sotto di loro l’erba è corta, il terreno pulito. Chi passa di lì in una domenica d’autunno ha l’impressione di attraversare un dono spontaneo della montagna: un bosco generoso che, da solo, lascia cadere i suoi frutti ai piedi di chiunque si fermi a raccoglierli.

È un’impressione comprensibile. Ed è quasi del tutto sbagliata.


L’albero del pane

Una selva castanile non è un bosco selvatico. È un luogo coltivato, costruito pazientemente nel corso di secoli.

Quegli alberi sono stati innestati, uno per uno, da mani che sapevano quale varietà avrebbe dato il frutto migliore su quel versante. Sono stati distanziati perché ciascuno avesse luce a sufficienza. L’erba sotto le chiome è stata falciata, i rami secchi tagliati, il sottobosco tenuto lontano anno dopo anno. Il castagno, qui come in gran parte delle Alpi meridionali, è stato a lungo chiamato l’albero del pane: una riserva di nutrimento per l’inverno, per le famiglie che vivevano sui pendii e che da quegli alberi dipendevano.

E c’è un dettaglio che cambia tutto. Un castagno impiega decenni a raggiungere la sua piena produttività, e poi continua a darla per generazioni. Chi innestava un albero sapeva che raramente ne avrebbe visto il raccolto migliore. Lavorava per qualcuno che forse non avrebbe mai conosciuto.


Un altro rendimento

Non è così che siamo abituati a misurare il valore di ciò che facciamo.

Il nostro orizzonte si è accorciato. Misuriamo i risultati per trimestri, a volte per settimane. Chiamiamo efficiente ciò che restituisce in fretta l’investimento, e guardiamo con un certo sospetto tutto ciò che chiede di aspettare. Non c’è nulla di sbagliato nel voler vedere il frutto del proprio lavoro. Ma quando diventa l’unico criterio, finiamo per costruire soltanto ciò che possiamo raccogliere noi stessi, e per trascurare tutto ciò che avrebbe bisogno di più tempo della nostra attenzione per dare il meglio di sé.

Una selva castanile è la prova silenziosa che esiste un altro modo di pensare il rendimento. Non quello che si incassa, ma quello che si trasmette.


La cura invisibile

Nel corso del Novecento, molte di queste selve sono state abbandonate. I paesi si sono svuotati, il lavoro si è spostato a valle, e il castagno ha smesso di essere necessario.

Ciò che è accaduto dopo è istruttivo. Il bosco non è morto. Si è semplicemente chiuso. Il sottobosco è salito, altre specie hanno occupato gli spazi, i vecchi alberi hanno continuato a vivere ma sempre più in ombra, sempre meno fecondi. Non c’è stato un momento preciso in cui la selva è andata perduta. C’è stata soltanto una lunga serie di anni in cui nessuno si è più preso cura di lei.

È una caratteristica della cura: resta invisibile finché c’è. La si nota soltanto quando smette. Vale per un bosco, e vale per un’organizzazione, una competenza, una relazione. Ciò che sembra funzionare da solo, quasi sempre, funziona perché qualcuno se ne occupa senza farlo notare.


Il recupero

Negli ultimi decenni alcune di queste selve sono state recuperate. È un lavoro lento: liberare i vecchi alberi dalla vegetazione che li soffoca, potare con giudizio, reinnestare dove serve, tornare a falciare. I primi anni danno poco. Il risultato si vede, se si vede, molto più tardi.

Chi fa questo lavoro non lo fa per possedere qualcosa. Una selva recuperata non appartiene davvero a chi l’ha salvata, così come non apparteneva a chi l’aveva piantata. Passa di mano. Ciascuno la tiene per un tratto, la restituisce un poco migliore o un poco peggiore di come l’ha trovata, e la consegna a chi viene dopo.


La custodia

Forse è questa la lezione più discreta che un bosco di castagni può offrire. Che l’eccellenza, nelle sue forme più durature, somiglia meno a una conquista e più a una custodia.

La domanda che ci poniamo di solito è: che cosa mi darà questo? È una domanda legittima. Ma c’è una domanda diversa, più rara, che ha costruito i paesaggi che oggi attraversiamo senza pensarci: che cosa darà ancora, quando io non ci sarò più?

In ottobre i ricci cadono sull’erba falciata. Qualcuno, molto tempo fa, ha fatto in modo che potesse accadere.

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