In Ticino la legge permette di raccogliere funghi soltanto dalle sette del mattino. Dalle venti alle sette il bosco appartiene ad altri. Chi conosce i fungiatt sa però che alle sette meno cinque sono già lì, al margine del castagneto, con l’automobile lasciata abbastanza lontano da non tradire il posto, il cestino di vimini in una mano e un bastone nell’altra. Aspettano la luce come si aspetta un permesso. Poi entrano, e da quel momento, per due o tre ore, il mondo si riduce a un metro quadrato di foglie.
Vista da fuori, è un’attività che fatica a spiegarsi. Si cammina lontano dai sentieri, su pendii che nessuno sceglierebbe per una passeggiata, chinati, spesso da soli, per un fungo che al mercato costa qualche decina di franchi al chilo e che la legge cantonale limita comunque a tre chili a persona. Eppure ogni autunno, quando arriva la pioggia buona dopo il caldo e la terra comincia a raffreddarsi, migliaia di persone sentono la stessa chiamata. E ogni autunno qualcuno non torna.
Il posto che non si dice
Il Soccorso alpino italiano parla di centinaia di cercatori di funghi da soccorrere ogni anno e di alcune decine di vittime. Nella seconda settimana di settembre di quest’anno, nel solo Verbano-Cusio-Ossola, a pochi chilometri dal nostro confine, tre uomini sono stati ritrovati senza vita in fondo a forre e dirupi nel giro di cinque giorni. In agosto, sui monti sopra Prugiasco, in Valle di Blenio, un cercatore di settantacinque anni è precipitato per una cinquantina di metri da una roccia.
Le cronache ripetono sempre le stesse parole: un piede posato su foglie bagnate, una pietra nascosta sotto il sottobosco, un salto che non si vedeva. E quasi sempre compare un dettaglio che rende tutto più difficile per chi deve cercare: nessuno sapeva con esattezza dove fosse andato. Il posto dei porcini non si dice. A volte si tramanda tra padre e figlio, come un’eredità che non compare in nessun testamento. Ma non si dice.
Sarebbe facile leggere questi incidenti come semplice imprudenza. È più interessante chiedersi perché persone esperte, prudenti in ogni altro ambito della loro vita, perdano la misura proprio lì, in un bosco che magari conoscono da cinquant’anni. La risposta, probabilmente, non sta nel fungo. Sta nello sguardo.
L’occhio che impara
Alla fine degli anni Cinquanta l’etologo olandese Luuk Tinbergen, studiando le cinciallegre in una pineta, notò qualcosa di curioso. Gli uccelli non cacciavano gli insetti in proporzione a quanti ce ne fossero davvero. Per giorni ignoravano una specie, poi all’improvviso cominciavano a trovarla ovunque. Tinbergen chiamò questo fenomeno immagine di ricerca: dopo alcuni incontri, l’occhio impara una forma e da quel momento la estrae dal disordine come un setaccio. Ciò che prima era mimetizzato diventa evidente.
Chiunque abbia cercato porcini conosce questa trasformazione. Per la prima ora non si vede nulla: foglie, ricci di castagna, pigne, una pietra tondeggiante che per un istante inganna. Poi se ne trova uno, e il bosco cambia. Il cappello bruno, quella luce opaca, quella particolare convessità tra le foglie: l’occhio ha imparato. E ne compaiono altri, proprio dove un minuto prima non c’era niente.
Ma un setaccio, per funzionare, deve escludere. L’immagine di ricerca che fa apparire il porcino fa scomparire tutto il resto, compreso il bordo del pendio. Il cercatore non è distratto. Al contrario, è attento come raramente lo è in qualunque altra situazione della sua vita. È proprio questa attenzione, così piena, a renderlo vulnerabile.
Le neuroscienze hanno dato un nome al motore che sta sotto. Jaak Panksepp lo chiamò sistema della ricerca, il più antico dei circuiti emotivi dei mammiferi, quello che spinge un animale fuori dalla tana a esplorare il mondo. Kent Berridge ha poi mostrato che il cervello distingue il volere dal piacere, e che è molto più avaro di meccanismi per il secondo che per il primo. Brian Knutson, osservando il cervello al lavoro, ha visto che la possibilità di una ricompensa stimola più della ricompensa stessa. Per questo, a casa, il cestino pieno regala una soddisfazione sorprendentemente breve. Ciò che si cercava davvero era la mattina.
Ciò che non si può ordinare
Il porcino ha una particolarità che lo distingue da quasi tutto ciò che portiamo in tavola: non si coltiva. Decenni di tentativi non sono riusciti a domesticarlo. Vive in simbiosi con le radici di castagni, faggi, abeti e querce, scambiando con l’albero acqua e minerali in cambio di zuccheri, attraverso una rete di filamenti sotterranei che si estende ben oltre ciò che vediamo. Il fungo che raccogliamo è soltanto il frutto, la piccola parte visibile di un organismo che lavora nascosto per settimane. Poi, quando le piogge dei giorni precedenti, la temperatura del suolo e l’umidità dell’aria finalmente si allineano, compare e cresce in pochi giorni, a volte un paio di centimetri in una sola notte.
Non si può ordinare a un porcino di nascere. Si possono soltanto conoscere le condizioni in cui nasce. Il cercatore esperto non è quello che cammina di più, ma quello che ha imparato a leggere le piogge di due settimane prima, l’esposizione del versante, l’età degli alberi, il freddo della notte. Il suo sapere non produce il fungo. Lo rende possibile da trovare.
Forse è qui che la ricerca dei porcini smette di essere un passatempo e diventa una forma di educazione. In un mondo in cui quasi tutto può essere ordinato, pianificato e misurato, il porcino resta uno dei pochi risultati che non si lasciano forzare. Si può tornare a mani vuote dopo aver fatto tutto nel modo giusto, e se ne possono trovare dieci per caso, al margine di un sentiero battuto. Il merito e l’esito non coincidono. Il cercatore lo accetta, perché è proprio in quello scarto che abita il fascino di ciò che fa.
Il lavoro che si ama
John Cage, il compositore che portò il caso dentro la musica, era anche un micologo appassionato. Nel 1959 vinse cinque milioni di lire a Lascia o raddoppia, rispondendo per cinque settimane alle domande di Mike Bongiorno sui funghi; con quel denaro comprò un pianoforte e un furgone per la compagnia di danza di Merce Cunningham. Scrisse che molto si può imparare sulla musica dedicandosi ai funghi. E ammetteva, con un’onestà rara negli esperti, che più li si conosce meno ci si sente sicuri di riconoscerli. Una volta servì ai suoi ospiti un piatto che li mandò tutti in ospedale.
Nella frase di Cage c’è una relazione che va oltre l’aneddoto. Chi ama il proprio lavoro lo esercita come si cerca un porcino. Anni di pratica costruiscono un’immagine di ricerca professionale: il medico che vede il sintomo prima che il paziente lo nomini, l’artigiano che sente il difetto nel legno sotto le dita, il consulente che in una riunione coglie la frase che rivela il vero problema. È ciò che chiamiamo competenza, e in fondo non è altro che un occhio educato a estrarre dal disordine la forma che conta.
Mihaly Csikszentmihalyi ha chiamato flusso lo stato in cui questa competenza incontra una sfida alla sua altezza. Il tempo si deforma, la coscienza di sé si dissolve, ogni gesto segue il precedente come in un’improvvisazione jazz. È lo stato più desiderabile del lavoro umano, quello che fa dire a qualcuno che non lavorerebbe mai per un altro motivo. Ed è lo stesso stato del cercatore nel bosco, con lo stesso rischio. Il flusso restringe il campo. Chi ama ciò che fa può lavorare dieci ore senza accorgersene, come il fungiatt cammina tre ore senza sentire le gambe. Nel lavoro, il pendio porta altri nomi: la salute trascurata, le relazioni lasciate in attesa, un esaurimento che arriva senza preavviso, come un salto nascosto dalle foglie.
Il pericolo, allora, non è l’indifferenza. È la passione che dimentica il terreno su cui cammina.
Trovare senza perdersi
Rachel e Stephen Kaplan, due psicologi che hanno dedicato la vita al rapporto tra mente e paesaggio, distinguevano due forme di attenzione. C’è quella diretta, volontaria e faticosa, che il lavoro moderno consuma fino all’esaurimento. E c’è quella che chiamarono fascinazione morbida: l’attenzione senza sforzo che un bosco, l’acqua che scorre o le nuvole sanno suscitare, e che lascia alla mente lo spazio per riposare mentre guarda. Il bosco dei porcini dovrebbe essere il luogo della seconda. Diventa pericoloso quando la ricerca lo trasforma nel luogo della prima, quando lo sguardo smette di passeggiare e comincia a cacciare.
Forse la vera maestria del cercatore non si misura nel peso del cestino, ma in un gesto minimo che dall’esterno passa quasi inosservato. Fermarsi, ogni tanto, e raddrizzare la schiena. Guardare in alto, verso la luce tra i rami, verso il punto da cui si è entrati, verso la pendenza del versante. Poi tornare a chinarsi. Non è distrazione e non è prudenza imposta dall’esterno. È la parte della competenza che non riguarda il fungo, ma chi lo cerca.
La stessa cosa vale per ogni lavoro amato. Non si tratta di desiderare meno, né di cercare con minore intensità: senza quell’intensità non si troverebbe nulla, né nel bosco né altrove. Si tratta di custodire, dentro la passione, la capacità di alzare lo sguardo. Le persone che durano, nel bosco come nel mestiere, non sono quelle meno coinvolte. Sono quelle che hanno imparato a essere interamente dentro ciò che fanno senza smettere di sapere dove si trovano.
Alle sette il bosco si apre. Il porcino, se c’è, è lì da qualche giorno, frutto di un lavoro che nessuno ha visto. Al cercatore resta la parte più difficile: trovarlo senza perdersi.




