La fotografia mostra soltanto una parte di una persona. Un maglione chiaro di lana grossa, un paio di jeans, stivali di gomma che affondano tra il muschio, i mirtilli rossi e l’erica in fiore. Il volto resta fuori dall’inquadratura. Nella mano pende un cestino di vimini, e sul fondo ci sono appena pochi funghi gialli, forse gallinacci. Non è il momento della raccolta. È il momento in cui si cammina: il tratto tra un ritrovamento e il successivo, quando non si ha ancora quasi nulla e si guarda tutto.
Chi non cerca funghi non capisce che il cuore della faccenda sta proprio lì. Chi li cerca lo sa benissimo.
In Ticino la legge permette di raccoglierli soltanto dalle sette del mattino. Dalle venti alle sette il bosco appartiene ad altri. Chi conosce i fungiatt sa però che alle sette meno cinque sono già lì, al margine del castagneto, con l’automobile lasciata abbastanza lontano da non tradire il posto, il cestino in una mano e un bastone nell’altra. Aspettano la luce come si aspetta un permesso. Poi entrano, e da quel momento, per due o tre ore, il mondo si riduce a un metro quadrato di foglie.
Vista da fuori, è un’attività che fatica a spiegarsi. Si cammina lontano dai sentieri, su pendii che nessuno sceglierebbe per una passeggiata, chinati, spesso da soli, per un fungo che al mercato costa qualche decina di franchi al chilo e che la legge cantonale limita comunque a tre chili per persona al giorno. Eppure ogni autunno, quando arriva la pioggia buona dopo il caldo e la terra comincia a raffreddarsi, migliaia di persone sentono la stessa chiamata. E ogni autunno qualcuno non torna.
Il posto che non si dice
In Italia le cronache parlano ogni anno di centinaia di interventi del Soccorso alpino per cercatori di funghi dispersi o feriti, e di alcune decine di vittime. Quest’anno, nel Verbano-Cusio-Ossola, a pochi chilometri dal nostro confine, tra il 9 e il 10 settembre due uomini sono morti nel giro di poche ore: uno è precipitato in una forra sopra Druogno, in Val Vigezzo, l’altro è stato ritrovato di notte nei boschi di Quarna Sotto. Un mese prima, sui monti di Promesciallo, sopra Prugiasco, in Valle di Blenio, un cercatore di settantacinque anni del Locarnese era caduto per una cinquantina di metri da una parete rocciosa. È morto in ospedale due giorni dopo.
Le cronache ripetono sempre le stesse parole: un piede posato su foglie bagnate, una pietra nascosta sotto il sottobosco, un salto che non si vedeva. E spesso compare un dettaglio che rende tutto più difficile per chi deve cercare: nessuno sapeva con esattezza dove fosse andato. Il posto dei porcini non si dice. A volte si tramanda tra padre e figlio, come un’eredità che non compare in nessun testamento. Ma non si dice.
Sarebbe facile leggere questi incidenti come semplice imprudenza. È più interessante chiedersi perché persone esperte, prudenti in ogni altro ambito della loro vita, perdano la misura proprio lì, in un bosco che magari conoscono da cinquant’anni. La risposta, probabilmente, non sta nel fungo. Sta nello sguardo.
L’occhio che impara
Negli anni Cinquanta l’etologo olandese Luuk Tinbergen, studiando le cinciallegre in una pineta non molto diversa da quella della fotografia, notò qualcosa di curioso. Gli uccelli non cacciavano gli insetti in proporzione a quanti ce ne fossero davvero. Per giorni ignoravano una specie, poi all’improvviso cominciavano a trovarla ovunque. Tinbergen chiamò questo fenomeno immagine di ricerca: dopo alcuni incontri, l’occhio impara una forma e da quel momento la estrae dal disordine come un setaccio. Ciò che prima era mimetizzato diventa evidente. Tinbergen morì giovane, nel 1955, e il suo studio fu pubblicato soltanto nel 1960, ma quell’idea è entrata da allora in tutti i manuali di ecologia del comportamento.
Chiunque abbia cercato porcini conosce questa trasformazione. Per la prima ora non si vede nulla: foglie, ricci di castagna, pigne, una pietra tondeggiante che per un istante inganna. Poi se ne trova uno, e il bosco cambia. Il cappello bruno, quella luce opaca, quella particolare convessità tra le foglie: l’occhio ha imparato. E ne compaiono altri, proprio dove un minuto prima non c’era niente.
Ma un setaccio, per funzionare, deve escludere. L’immagine di ricerca che fa apparire il porcino fa scomparire tutto il resto, compreso il bordo del pendio. Il cercatore non è distratto. Al contrario, è attento come raramente lo è in qualunque altra situazione della sua vita. È proprio questa attenzione, così piena, a renderlo vulnerabile.
Le neuroscienze hanno dato un nome al motore che sta sotto. Jaak Panksepp lo chiamò sistema della ricerca, uno dei circuiti emotivi più antichi dei mammiferi, quello che spinge un animale fuori dalla tana a esplorare il mondo. Kent Berridge ha poi mostrato che il cervello distingue il volere dal piacere, e che i meccanismi del primo sono molto più estesi e robusti di quelli del secondo. Brian Knutson, osservando il cervello al lavoro, ha visto che l’attesa di una ricompensa attiva i circuiti della motivazione più della ricompensa ricevuta. Per questo, a casa, il cestino pieno regala una soddisfazione sorprendentemente breve. Ciò che si cercava davvero era la mattina.
Ciò che non si può ordinare
Il porcino ha una particolarità che lo distingue da quasi tutto ciò che portiamo in tavola: non si coltiva. Decenni di tentativi non sono riusciti a domesticarlo. Vive in simbiosi con le radici di castagni, faggi, abeti, pini e querce, scambiando con l’albero acqua e minerali in cambio di zuccheri, attraverso una rete di filamenti sotterranei che si estende ben oltre ciò che vediamo. Il fungo che raccogliamo è soltanto il frutto, la piccola parte visibile di un organismo che lavora nascosto per settimane. Poi, quando le piogge dei giorni precedenti, la temperatura del suolo e l’umidità dell’aria finalmente si allineano, compare e cresce nel giro di pochi giorni.
Non si può ordinare a un porcino di nascere. Si possono soltanto conoscere le condizioni in cui nasce. Il cercatore esperto non è quello che cammina di più, ma quello che ha imparato a leggere le piogge di due settimane prima, l’esposizione del versante, l’età degli alberi, il freddo della notte. Il suo sapere non produce il fungo. Lo rende possibile da trovare.
Forse è qui che la ricerca dei porcini smette di essere un passatempo e diventa una forma di educazione. In un mondo in cui quasi tutto può essere ordinato, pianificato e misurato, il porcino resta uno dei pochi risultati che non si lasciano forzare. Si può tornare a mani vuote dopo aver fatto tutto nel modo giusto, e se ne possono trovare dieci per caso, al margine di un sentiero battuto. Il merito e l’esito non coincidono. Il cercatore lo accetta, perché è proprio in quello scarto che abita il fascino di ciò che fa.
Il lavoro che si ama
John Cage, il compositore che portò il caso dentro la musica, era anche un micologo appassionato. Nel 1959, ospite per alcune settimane di Lascia o raddoppia, rispose alle domande di Mike Bongiorno sui funghi e vinse cinque milioni di lire; con quel denaro comprò un pianoforte Steinway e contribuì all’acquisto di un furgone per la compagnia di danza di Merce Cunningham. Scrisse di essere giunto alla conclusione che molto si può imparare sulla musica dedicandosi ai funghi. Conosceva bene anche il prezzo dell’eccesso di sicurezza. Alcuni anni prima, a Stony Point, aveva raccolto per sé e per gli amici una pianta selvatica che credeva commestibile, e che era invece elleboro velenoso. Ne mangiò più di tutti, per entusiasmo, e un medico dovette lavargli lo stomaco.
Nella frase di Cage c’è una relazione che va oltre l’aneddoto. Chi ama il proprio lavoro lo esercita come si cerca un porcino. Anni di pratica costruiscono un’immagine di ricerca professionale: il medico che vede il sintomo prima che il paziente lo nomini, l’artigiano che sente il difetto nel legno sotto le dita, il consulente che in una riunione coglie la frase che rivela il vero problema. È ciò che chiamiamo competenza, e in fondo non è altro che un occhio educato a estrarre dal disordine la forma che conta.
Mihaly Csikszentmihalyi ha chiamato flusso lo stato in cui questa competenza incontra una sfida alla sua altezza. Il tempo si deforma, la coscienza di sé si dissolve, ogni gesto segue il precedente come in un’improvvisazione jazz. È lo stato più desiderabile del lavoro umano, quello che fa dire a qualcuno che non lavorerebbe mai per un altro motivo. Ed è lo stesso stato del cercatore nel bosco, con lo stesso rischio. Il flusso restringe il campo. Chi ama ciò che fa può lavorare dieci ore senza accorgersene, come il fungiatt cammina tre ore senza sentire le gambe. Nel lavoro, il pendio porta altri nomi: la salute trascurata, le relazioni lasciate in attesa, un esaurimento che arriva senza preavviso, come un salto nascosto dalle foglie.
Il pericolo, allora, non è l’indifferenza. È la passione che dimentica il terreno su cui cammina.
Trovare senza perdersi
Rachel e Stephen Kaplan, due psicologi che hanno dedicato la vita al rapporto tra mente e paesaggio, distinguevano due forme di attenzione. C’è quella diretta, volontaria e faticosa, che il lavoro moderno consuma fino all’esaurimento. E c’è quella che chiamarono fascinazione morbida: l’attenzione senza sforzo che un bosco, l’acqua che scorre o le nuvole sanno suscitare, e che lascia alla mente lo spazio per riposare mentre guarda. Il bosco dei funghi dovrebbe essere il luogo della seconda. Diventa pericoloso quando la ricerca lo trasforma nel luogo della prima, quando lo sguardo smette di passeggiare e comincia a cacciare.
Forse la vera maestria del cercatore non si misura nel peso del cestino, ma in un gesto minimo che dall’esterno passa quasi inosservato. Fermarsi, ogni tanto, e raddrizzare la schiena. Guardare in alto, verso la luce tra i rami, verso il punto da cui si è entrati, verso la pendenza del versante. Poi tornare a chinarsi. Non è distrazione e non è prudenza imposta dall’esterno. È la parte della competenza che non riguarda il fungo, ma chi lo cerca.
Su questa rivista chiamiamo Calm Performance un modo di lavorare che misura la prestazione anche da ciò che riesce a preservare. Non si tratta di desiderare meno, né di cercare con minore intensità: senza quell’intensità non si troverebbe nulla, né nel bosco né altrove. Si tratta di custodire, dentro la passione, la capacità di alzare lo sguardo. Le persone che durano, nel bosco come nel mestiere, non sono quelle meno coinvolte. Sono quelle che hanno imparato a essere interamente dentro ciò che fanno senza smettere di sapere dove si trovano.
Torniamo alla fotografia. Il cestino è quasi vuoto, eppure il passo non ha fretta. Non vediamo il volto, e quindi non sappiamo dove guardi: forse a terra, tra l’erica, forse più avanti, verso il punto in cui il bosco comincia a scendere. È l’immagine giusta per ciò che non si coltiva. Non mostra il risultato, mostra la ricerca, e lascia aperta la sola domanda che conta.
Alle sette il bosco si apre. Il porcino, se c’è, è lì da qualche giorno, frutto di un lavoro che nessuno ha visto. Al cercatore resta la parte più difficile: trovarlo senza perdersi.




