La notte tra sabato e domenica le lancette sono tornate indietro di un’ora, e la mattina dopo il telefono, il computer e l’orologio della stazione erano già d’accordo tra loro. Non lo era il forno, che sopra la manopola continuava a segnare le otto e venti quando erano le sette e venti. E nemmeno l’auto, il cui orologio, per essere corretto, chiede di tenere premuti due tasti in un ordine che nessuno ricorda e che il libretto spiega in una pagina che nessuno ha mai aperto. All’inizio lo si guarda con un leggero fastidio e ci si ripromette di sistemarlo nel fine settimana. Poi, dopo un paio di giorni, succede una cosa più interessante: si sale in macchina, si legge 8:47 e si pensa «sono le sette e quarantasette» senza che la sottrazione arrivi alla coscienza. L’orologio è sbagliato esattamente come prima, ma ha smesso di ingannarci.
L’ora che nessuno sposta
Non sono pochi quelli che lasciano quell’orologio com’è fino a marzo, quando il ritorno all’ora legale lo rimette a posto senza che nessuno l’abbia toccato. Per cinque mesi vivono accanto a un errore dichiarato, e non ne soffrono. La cosa merita attenzione perché contraddice un’idea che diamo per scontata, cioè che per orientarsi serva uno strumento esatto. In realtà serve uno strumento di cui si conosce il comportamento. Un orologio avanti di un’ora, sempre di un’ora, serve quanto uno giusto: basta togliere un’ora. Inutile è quello che oggi va avanti di cinque minuti e domani di venti, perché non si sa mai quanto togliere.
C’è poi un dettaglio che si nota solo a cose fatte. La mattina in cui ci si accorge di aver già corretto senza pensarci si prova una piccola soddisfazione, quasi una complicità con l’oggetto, come se lo si fosse addomesticato. E insieme affiora un pensiero meno comodo. Se questa sottrazione è diventata invisibile in tre giorni, quante altre ne facciamo da anni senza saperlo? Quante volte leggiamo un’ora sbagliata, la correggiamo in silenzio e chiamiamo il risultato realtà?
Lo scarto che conosciamo
Ognuno porta con sé un piccolo repertorio di correzioni su sé stesso, e quasi nessuno lo ha mai messo per iscritto. C’è chi sa che quando dice «arrivo tra dieci minuti» ne servono venti, e lo sa al punto da dirlo lo stesso, con la stessa voce, mentre dentro ha già aggiunto il resto. C’è chi sa che la prima reazione a una critica è sempre più dura della seconda, e ha imparato ad aspettare la seconda prima di rispondere. Qualcun altro ha capito che la stanchezza della domenica sera non dice nulla sul lavoro del lunedì, perché la sente arrivare ogni settimana alla stessa ora e svanire il mattino dopo verso le dieci.
Sono conoscenze curiose, perché non riguardano il mondo ma lo strumento con cui lo guardiamo. Nessuno ce le ha insegnate; si sono depositate a forza di ripetizione, come il segno che l’acqua lascia su un muro. E hanno una caratteristica che le rende preziose: non ci chiedono di diventare diversi. Chi sa di sottovalutare i tempi non deve per forza imparare a stimarli bene; può continuare a stimarli male e aggiungere, ogni volta, la sua ora. La persona che si conosce non è quella che ha smesso di sbagliare, ma quella che sa leggere il proprio quadrante.
Il momento più fine di questa conoscenza arriva quando la correzione diventa gentile. All’inizio la si fa con irritazione, come davanti al forno la prima mattina, con un «ci risiamo» pronunciato a mezza voce. Poi, se le cose vanno bene, la si fa come dopo qualche giorno, senza commento. Si dice dieci minuti, si pensa venti, si parte per tempo. Resta soltanto un errore noto, e la calma che viene dal conoscerlo, senza processi a sé stessi né promesse di cambiare.
Dieci minuti
Tutti conoscono qualcuno che arriva sempre dieci minuti in ritardo, e non undici né cinque, ma dieci, con una regolarità che ha qualcosa di svizzero. Spesso è la stessa persona che tiene l’orologio di casa avanti di dieci minuti, e arriva comunque dieci minuti dopo. La strada la conosce benissimo; il ritardo nasce negli ultimi minuti in casa, quando sa di dover uscire e fa ancora una cosa: una mail, un bicchiere da sciacquare, un messaggio a cui rispondere subito, ogni volta con la sensazione onesta che ci vorranno due minuti. Arrivare in anticipo vuol dire aspettare, stare in piedi davanti a un portone con il telefono in mano per darsi un contegno, e chi arriva dieci minuti dopo non aspetta mai: entra quando la cosa è già cominciata.
L’orologio avanti è un messaggio che ha scritto a sé stesso, e per qualche settimana funziona: si legge le otto e dieci e, prima che arrivi il pensiero che sono le otto, il corpo ha già sentito l’ora più tarda. Poi la testa impara a sottrarre, come davanti al forno, e i dieci minuti nascosti diventano un permesso. C’è chi lo sa così bene da cambiare ogni settimana i minuti di anticipo, per non sapere mai di quanto è avanti. Sembra il contrario della lucidità, e forse è lucidità anche questa: sapere che, se conosci il tuo margine, finirai per spenderlo.
E c’è un’altra cosa, che lui di solito non vede. Gli amici gli danno appuntamento alle otto meno dieci, o arrivano anche loro alle otto e dieci. Hanno imparato a leggere il suo quadrante e fanno la sottrazione al posto suo, senza dirglielo. Chi aspetta conosce bene quei dieci minuti: i primi cinque passano tranquilli, poi si comincia a comporre la frase che non si dirà, e alla fine lo si accoglie con un sorriso che ha già perdonato.
Un’estate fuori tempo
La Svizzera ha vissuto questa condizione in grande. Il 28 maggio 1978 il popolo respinse, con il 52,1 per cento di no, la legge federale che avrebbe introdotto l’ora estiva. Il referendum lo avevano lanciato i giovani contadini zurighesi, convinti che cambiare ora due volte l’anno disturbasse il ritmo delle persone e degli animali, e la mungitura non si sposta per decreto. Nel 1980 anche la Germania e l’Austria passarono all’ora estiva, e il paese si ritrovò quella che allora si chiamò un’isola del tempo: per un’estate, a Basilea era un’ora diversa che a Lörrach, a Kreuzlingen un’ora diversa che a Costanza. Chi attraversava il confine per lavoro faceva ogni mattina la stessa sottrazione che noi facciamo davanti al forno. Gli svantaggi per i trasporti, il turismo e le comunicazioni convinsero il Consiglio federale a ripresentare la legge; questa volta nessuno lanciò il referendum, e dal 1981 le lancette si spostano come nel resto d’Europa.
Quello che colpisce è che il paese non si perse. Per un’estate visse con una differenza dichiarata rispetto ai vicini, pubblica, misurata e uguale per tutti: un’ora esatta, non un po’. Proprio per questo non generò confusione.
Lo scarto che non conosciamo
La confusione nasce là dove crediamo di aver già corretto. Nel 1994 tre psicologi, Roger Buehler, Dale Griffin e Michael Ross, chiesero a trentasette studenti all’ultimo anno quanto tempo avrebbero impiegato per finire la tesi. In media si diedero circa cinque settimane. Poi chiesero loro quanto ci sarebbe voluto se tutto fosse andato storto: sette settimane. Ce ne vollero quasi otto, e solo tre studenti su dieci finirono entro il tempo che si erano dati. Il dato che resta in mente è un altro: anche il caso peggiore immaginato era ottimista. Avevano già messo in conto di sbagliare, e avevano sbagliato anche quel conto.
È questa la forma più sottile dell’orologio sbagliato. Non quello che va avanti di un’ora e lo sappiamo, ma quello che crediamo di aver rimesso a posto. Gli stessi ricercatori osservarono che le persone sanno benissimo che i loro progetti passati hanno richiesto più del previsto, e ciononostante giudicano il prossimo come se fosse un caso a parte. Questa volta, ci diciamo, la cosa è più semplice; questa volta conosco già la strada.
Forse il motivo è che, quando facciamo un piano, pensiamo a una versione di noi riposata e senza interruzioni, che esiste soprattutto nei progetti, e lasciamo fuori quella del martedì pomeriggio, con tre telefonate arretrate e un leggero mal di testa. È alla prima che assegniamo il lavoro, ed è lei che firma le scadenze. Ce ne accorgiamo solo quando il giorno arriva e al tavolo si siede l’altro, quello vero, che non è stato consultato e che ora deve mantenere una promessa fatta a suo nome.
C’è un istante, nella vita di ciascuno, in cui ce ne accorgiamo. Di rado coincide con un fallimento clamoroso; più spesso è una cosa piccola: un amico che dice, con affetto, «quando dici che non ti importa, ti importa», e noi che stavamo per rispondere che lo sapevamo già, e invece no, non sapevamo quanto. In quell’istante si prova una vertigine leggera: scopriamo che anche la nostra correzione era sbagliata. Non è un momento piacevole. Ma è il punto da cui si comincia a vedere davvero, perché si smette di pensare che l’errore stia tutto nell’orologio e si accetta che stia, almeno in parte, nell’occhio che lo legge.
Lavorare con uno scarto
Nel lavoro questa conoscenza ha un valore che si nomina di rado. Chi guida un gruppo impara presto che le persone si distinguono meno per la precisione che per la costanza del loro errore. C’è chi gonfia ogni rischio, e con lui si lavora benissimo: basta dividere la sua preoccupazione per due prima di prendere una decisione. Il collaboratore difficile è un altro, quello il cui venerdì a volte è venerdì e a volte è il mese dopo, perché con lui nessuna sottrazione funziona e ogni promessa va verificata da capo.
Lo stesso vale, con meno indulgenza, per noi. Chi ha bisogno di sembrare sempre puntuale vive in una tensione continua, perché ogni stima diventa una piccola prova del proprio valore. Chi conosce il proprio scarto e lo ammette, anche solo a sé stesso, si accorge a un certo punto di un sollievo curioso: non deve più difendere un orologio che sa sbagliato. C’è chi un giorno, invece di promettere le otto e arrivare alle otto e dieci, dice: facciamo otto e un quarto. Arriva puntuale, per la prima volta da anni, e si accorge che nessuno pensa male di lui. Era la promessa a essere sbagliata, non la persona. La precisione resta l’obiettivo, solo che la si cerca nella lettura e non nella pretesa che lo strumento sia perfetto.
Nella vita privata accade qualcosa di simile, e forse di più importante. Le persone che amiamo le conosciamo anche per i loro scarti: sappiamo che un certo silenzio vuol dire stanchezza e non distanza, che un «va bene» detto in un certo tono vuol dire che non va bene affatto. Questa traduzione continua non è un peso. È ciò che rende una relazione abitabile, e chi la pratica con pazienza sa che si tratta di leggere l’altro con esattezza, più che di giustificarlo. E c’è un rovescio che di solito si scopre tardi: anche loro, nello stesso momento, stanno leggendo il nostro quadrante, con una pazienza che non ci hanno mai fatto notare. La fiducia, a ben vedere, non chiede che l’altro abbia sempre ragione; chiede che sbagli in un modo che riusciamo a conoscere.
Rimettere l’ora
Si potrebbe, naturalmente, prendere il libretto dell’auto, cercare la pagina giusta e sistemare tutto in due minuti. Ma chi lascia l’orologio com’è non è necessariamente pigro. Forse ha capito, senza dirselo, che per cinque mesi quell’ora di troppo gli farà compagnia come un piccolo esercizio quotidiano: ogni mattina un errore da riconoscere, sempre lo stesso, e la conferma di saperlo ancora leggere.
L’ultima domenica di marzo le lancette andranno avanti di un’ora, e l’orologio dell’auto, senza che nessuno lo tocchi, tornerà giusto. Per qualche giorno, salendo in macchina, la mente continuerà a sottrarre per conto suo, e ci si sorprenderà a credere di essere in anticipo di un’ora su una giornata che invece è già cominciata. Si guarderà il quadrante due volte, come si guarda una persona che ha cambiato pettinatura, e per un istante ci si fiderà meno dell’orologio giusto che di quello sbagliato.




