Sono le sette di una mattina di settembre, su un piccolo pontile di legno in riva al lago. L’aria è fresca, l’acqua lo è ancora di più: diciassette gradi, forse meno. Sul pontile ci sono due persone. Una è una donna sui settant’anni, con una cuffia bianca e un asciugamano piegato con cura sulla panchina. L’altra è un uomo più giovane, arrivato da poco in paese, che da qualche giorno si è messo in testa di cominciare a nuotare la mattina prima del lavoro. Lui sta in piedi sul bordo, i piedi nudi sulle assi bagnate, e guarda l’acqua come si guarda una decisione che non si è ancora presa. Lei scende la scaletta senza fermarsi, si immerge fino alle spalle e parte con una bracciata lenta e regolare verso la boa gialla.
Quando torna, venti minuti dopo, lui è ancora lì. Si è bagnato le caviglie, poi le ginocchia, poi è risalito. Le chiede, un po’ per scusarsi: «Lei va a nuotare tutte le mattine?». Lei ci pensa un attimo, mentre si toglie la cuffia. «Io nuoto», risponde. Non lo dice con orgoglio, e nemmeno per correggerlo. Lo dice come si dice il proprio nome.
La differenza tra le due frasi è piccola, quasi solo grammaticale. Eppure contiene trent’anni. Lui sta cercando di fare una cosa. Lei, a forza di farla, è diventata qualcuno.
Si diventa costruttori costruendo
Più di duemila anni fa Aristotele dedicò una parte dell’Etica Nicomachea proprio a questo passaggio. Le virtù, scriveva, non nascono in noi per natura, ma nemmeno contro natura: siamo fatti per riceverle, e le riceviamo con l’abitudine. Gli esempi che sceglie sono volutamente semplici. Si diventa costruttori costruendo case, e suonatori di cetra suonando la cetra. Allo stesso modo si diventa giusti compiendo azioni giuste, temperanti compiendo azioni temperanti, coraggiosi compiendo azioni coraggiose.
Aristotele notava anche un dettaglio linguistico che in greco salta all’occhio e che le traduzioni tendono a nascondere. La parola che indica il carattere, êthos, è quasi identica a quella che indica l’abitudine, éthos: le separa soltanto la lunghezza di una vocale. Per lui non era una coincidenza. Il carattere di una persona è, letteralmente, ciò che le sue abitudini hanno depositato in lei.
C’è in questa idea qualcosa di rassicurante e qualcosa di severo. Rassicurante, perché significa che nessuno è condannato a restare com’è: si può diventare pazienti esercitando la pazienza, attenti esercitando l’attenzione, perfino coraggiosi. Severo, perché significa anche il contrario. Non esistono gesti neutri. Ogni cosa che ripetiamo ci sta già trasformando, che lo vogliamo o no, nella persona che la ripete.
Nella stessa opera, qualche pagina prima, Aristotele aveva scritto una delle sue frasi più citate: una rondine non fa primavera, e nemmeno un solo giorno. Allo stesso modo, aggiungeva, non bastano un giorno o un breve periodo a rendere qualcuno felice. La frase viene ripetuta di solito come un proverbio sulla prudenza, per dire che un indizio non è una prova. Ma nel suo contesto parla d’altro: del fatto che ciò che conta davvero in una vita non si misura nei singoli momenti, per quanto intensi, ma nella loro durata. Una nuotata non fa una nuotatrice, così come una rondine non fa la primavera.
Ciò che viene contato
Ventidue secoli dopo, nel 1890, lo psicologo americano William James riprese la stessa idea in uno dei capitoli più letti dei suoi Principi di psicologia, quello dedicato all’abitudine. James la descriveva con il linguaggio della fisiologia del suo tempo: il sistema nervoso, scriveva, si piega nella direzione in cui viene esercitato, come un foglio di carta che, piegato una volta, tende a ripiegarsi sempre lungo la stessa linea. Ma le conseguenze che ne traeva erano morali, e sorprendentemente moderne.
Se i giovani si rendessero conto, osservava, di quanto presto diventeranno semplici fasci ambulanti di abitudini, farebbero più attenzione alla propria condotta mentre è ancora plasmabile. E per spiegarsi usava l’immagine di un personaggio teatrale molto popolare all’epoca, Rip Van Winkle, un ubriacone che a ogni nuova ricaduta si giustificava dicendo: «Questa volta non conta». Lui può anche non contarla, commentava James, e forse il cielo, benevolo, non la conterà. Ma viene contata lo stesso. Tra le cellule e le fibre nervose, le molecole la contano, la registrano e la mettono da parte, per usarla contro di lui alla prossima tentazione.
Letta oggi, la frase di James può sembrare un ammonimento austero. Ma il suo senso è più ampio di così. Lo stesso meccanismo che conta le ricadute conta anche i ritorni. Ogni mattina in cui la donna del pontile è scesa in acqua, anche quelle in cui non ne aveva voglia, anche quelle di pioggia, è stata contata. Nessuna di quelle nuotate, presa da sola, ha fatto di lei una nuotatrice. Tutte insieme, sì. James chiudeva il capitolo proprio con questa promessa: chi resta fedele ogni giorno al proprio lavoro può lasciar perdere la preoccupazione del risultato, perché una mattina si sveglierà e si scoprirà competente.
Sessantasei giorni
Quanto ci vuole, allora, perché un gesto diventi un’abitudine? Per decenni la risposta più diffusa è stata: ventuno giorni. Il numero risale a un chirurgo plastico americano, Maxwell Maltz, che negli anni Cinquanta aveva notato che i suoi pazienti impiegavano circa tre settimane ad abituarsi al proprio nuovo volto. Nel suo libro più famoso parlava di un minimo di ventun giorni. Nel passaparola, il minimo è scomparso, ed è rimasta una regola.
Nel 2010 un gruppo di ricercatori dello University College di Londra, guidato dalla psicologa Phillippa Lally, decise di misurarlo davvero. Pubblicarono i risultati sull’European Journal of Social Psychology. Chiesero a novantasei volontari di scegliere un comportamento nuovo da ripetere ogni giorno nello stesso contesto, come bere un bicchiere d’acqua dopo colazione o fare una breve corsa prima di cena, e di annotare per dodici settimane quanto quel gesto fosse diventato automatico. Il tempo tipico per arrivare al punto in cui il comportamento si faceva quasi da solo fu di sessantasei giorni. Ma le differenze erano enormi: per alcuni bastarono diciotto giorni, per altri, secondo le stime, ne sarebbero serviti più di duecentocinquanta.
Lo studio conteneva anche un risultato meno citato e forse più utile. Saltare un giorno, ogni tanto, non comprometteva il processo. Ciò che contava non era la perfezione, ma il ritorno. Chi interrompeva una volta e poi riprendeva arrivava comunque, con il tempo, allo stesso punto.
È un dato che toglie un peso. Non serve una disciplina senza crepe per diventare qualcuno. Serve continuare a tornare, anche dopo le mattine perse. La donna del pontile, in trent’anni, avrà saltato centinaia di nuotate: per l’influenza, per i viaggi, per il lago in tempesta. Non per questo ha smesso di essere una che nuota.
C’è poi un aspetto che i numeri da soli non raccontano. I sessantasei giorni di Lally misurano il momento in cui un gesto smette di richiedere una decisione. Ma l’identità arriva più tardi, e in modo meno visibile. Arriva quando quel gesto comincia a far parte del modo in cui ci si presenta, si organizza la settimana, si sceglie dove vivere o che cosa mettere in valigia. Chi nuota da anni non si chiede se portare il costume in vacanza, e cerca istintivamente, in ogni città nuova, dove sia l’acqua. Non è più un’abitudine tra le altre. È diventata un punto di vista.
Il nome giusto per una cosa
Nel 2011 lo psicologo Christopher Bryan e alcuni colleghi di Stanford pubblicarono sulla rivista PNAS un esperimento che sembrava confermare in modo quasi spettacolare l’intuizione del pontile. Alla vigilia di due elezioni americane, quella presidenziale del 2008 e quella per il governatore del New Jersey del 2009, chiesero a gruppi di elettori di rispondere a un breve questionario. L’unica differenza stava in una parola. Ad alcuni si chiedeva quanto fosse importante per loro «votare». Ad altri, quanto fosse importante «essere un elettore». Tra chi aveva letto il sostantivo, l’affluenza effettiva alle urne risultò più alta di oltre dieci punti percentuali.
L’interpretazione era seducente: un sostantivo chiama in causa l’identità, e ciò che riguarda chi siamo ci muove più di ciò che facciamo. Ma qualche anno dopo un gruppo di politologi guidato da Alan Gerber ripeté l’esperimento su scala molto più grande, in un’elezione vera, e non trovò alcuna differenza apprezzabile tra le due formulazioni. Una parola, da sola, non basta a cambiare un comportamento.
Forse è proprio questo il punto. L’identità non si può prendere in prestito da una frase. L’uomo sul pontile potrebbe dire domattina «io nuoto», ma non sarebbe vero, e lui lo saprebbe. Per la donna, invece, quelle due parole non sono una formula motivazionale: sono una descrizione accurata. Il sostantivo funziona solo quando è stato guadagnato dal verbo. Prima si fa una cosa, molte volte, e soltanto dopo si scopre di essere diventati la persona che la fa.
C’è una libertà, in questo. Non dobbiamo decidere in anticipo chi siamo. Non dobbiamo nemmeno crederci. Basta scegliere che cosa ripetere, e lasciare che il tempo faccia il resto del lavoro.
Che cosa ripetiamo
Il rovescio della medaglia è che il meccanismo funziona anche quando non lo scegliamo. Le abitudini non si formano soltanto attorno a ciò che decidiamo di coltivare. Si formano attorno a qualunque cosa facciamo abbastanza spesso nello stesso contesto. Prendere il telefono appena svegli, rispondere ai messaggi durante la cena, controllare la posta l’ultima volta prima di spegnere la luce: nessuno di questi gesti è stato scelto come si sceglie di imparare a nuotare. Eppure, ripetuti per anni, anche loro costruiscono qualcuno. Qualcuno, per esempio, che non sa più restare cinque minuti senza guardare uno schermo.
Per questo la domanda di Aristotele resta così attuale. Non tanto «che cosa voglio ottenere», ma «a che cosa sto tornando ogni giorno». La prima domanda guarda ai risultati, e i risultati possono arrivare o no. La seconda guarda alla persona che si sta formando, e quella si forma comunque, ogni giorno, con o senza il nostro consenso.
Chi guarda la propria giornata con questi occhi scopre spesso di essere già molte cose che non ha mai deciso di diventare. Ma scopre anche di avere, in ogni momento, la possibilità di cominciare a diventarne un’altra. Non con una grande decisione, che il giorno dopo si dimentica, ma con un gesto piccolo, ripetuto domani alla stessa ora, e poi il giorno dopo ancora.
Mai lo stesso nuotatore
Eraclito, il filosofo di Efeso, sosteneva che non ci si può immergere due volte nello stesso fiume: l’acqua che ci scorre intorno non è mai la stessa, e nemmeno chi vi entra. Di solito la frase viene citata per parlare dell’impermanenza, di come tutto cambi senza sosta. Ma letta dal pontile suggerisce anche qualcosa di più preciso. Il fiume non cambia il nuotatore per caso. Lo cambia perché lui continua a entrarci.
Torniamo al lago. È passata una settimana, e l’uomo più giovane è di nuovo sul pontile alle sette. Questa volta scende la scaletta. Nuota poco, una ventina di bracciate disordinate fino a metà strada dalla boa, e torna indietro con il fiato corto e le mani intirizzite. La mattina dopo torna. Quella dopo ancora no, perché piove; ma il lunedì è di nuovo lì. Ottobre arriva, l’acqua scende a quindici gradi, e i suoi tragitti si allungano un poco alla volta, senza che nessuna singola mattina sembri fare la differenza.
Un giorno di fine ottobre, mentre si asciugano sulla panchina, la donna gli chiede se continuerà anche d’inverno. Lui sta per rispondere che ci proverà, che dipende dal lavoro, dal freddo, dalla voglia. Poi si accorge che la domanda non lo mette più in difficoltà come una volta. Non sta più decidendo, ogni mattina, se andare. Ci va.
Nessuno dei due lo dice, ma in quelle settimane è successo qualcosa che nessun singolo tuffo avrebbe potuto produrre. L’uomo che stava in piedi sul bordo, a guardare l’acqua come una decisione da prendere, non c’è più. Al suo posto c’è qualcuno che nuota. Non è diventato un altro all’improvviso, e non ha avuto bisogno di dichiararlo a nessuno. È diventato, una mattina dopo l’altra, la persona che tornava.




