Una passeggiata senza meta

Una persona di spalle cammina su un sentiero in collina che scende verso un grande lago

Una domenica pomeriggio d’autunno, a Castagnola, il sentiero dell’olivo comincia dietro le ultime case e scende verso il lago senza annunciarsi. Nessuno ha deciso di andare a Gandria. Si è usciti di casa perché la giornata era chiara e perché, da qualche giorno, una questione di lavoro gira in testa senza trovare uscita: una decisione da prendere, una lettera da scrivere, un collaboratore a cui dire una cosa difficile. Seduti alla scrivania, la si è guardata da ogni lato. Non si è mossa.

Il sentiero corre a mezza costa sul versante del Monte Brè, tra muri a secco, terrazze e ulivi. Qua e là un cartello racconta la storia dell’olivo sul Ceresio, la geologia del versante, i massi incisi dagli antichi abitanti. Il lago resta sempre a destra, ora vicino, ora più in basso tra le foglie grigie. Non c’è niente da raggiungere: a Gandria si arriva in poco più di un’ora, ma potrebbe anche non arrivarci nessuno. Si può tornare indietro in qualunque momento.

Dopo una ventina di minuti succede qualcosa che chi cammina conosce bene. La questione che si portava con sé non è sparita, ma ha smesso di stare al centro. Ci sono il rumore della ghiaia, il riflesso del sole sull’acqua, un battello che attraversa il lago. E poi, mentre si guarda altrove, la questione ritorna da un lato, quasi di sbieco, con una forma diversa. Non è ancora una soluzione. È un modo nuovo di tenerla in mano.

Camminare senza meta non è pigrizia, né una pausa dal pensiero. È un’altra forma di pensiero, che lavora ai margini dell’attenzione invece che al centro. E per molte delle domande che contano, il margine è il posto giusto.


Il sentiero di sabbia

Qualche anno dopo essersi trasferito a Down House, nel Kent, Charles Darwin prese un terreno accanto alla casa e vi fece tracciare un sentiero ad anello che attraversava un piccolo bosco e tornava al punto di partenza. Lo chiamava Sandwalk, il sentiero di sabbia. Per quasi quarant’anni lo percorse ogni giorno, di solito verso mezzogiorno, con qualunque tempo. Il figlio Francis ha raccontato che all’inizio della passeggiata il padre ammucchiava alcuni sassi di selce sul bordo del sentiero e a ogni giro ne buttava via uno con il piede, per sapere quanti giri aveva fatto senza doverli contare.

Il dettaglio dice molto. Darwin non andava da nessuna parte. Il sentiero era un anello: finiva dov’era cominciato. Non c’erano panorami da raggiungere, né distanze da coprire. Persino il conto dei giri era affidato ai sassi, perché la testa restasse libera. Darwin lo chiamava il suo sentiero per pensare, e in quei giri, giorno dopo giorno, prese forma una delle idee più rivoluzionarie della storia della scienza.

Non si trattava di una stranezza da genio. Darwin aveva capito, forse senza formularlo, che alcune domande non si lasciano affrontare di petto. Bisogna girarci intorno, letteralmente, finché da un lato inatteso non si apre un varco.


Pensare con i piedi

Darwin non era il solo. Jean-Jacques Rousseau scrisse nelle Confessioni di non riuscire a meditare se non camminando: appena si fermava, smetteva di pensare, e la sua testa andava soltanto insieme ai piedi. Più di un secolo dopo Friedrich Nietzsche rispose a Flaubert, secondo cui si può pensare e scrivere solo stando seduti, con una frase secca del Crepuscolo degli idoli: soltanto i pensieri nati camminando hanno valore.

In America, nel 1862, usciva postumo un saggio di Henry David Thoreau intitolato semplicemente Walking. Thoreau vi difendeva una parola inglese oggi quasi dimenticata, sauntering: andare a zonzo, camminare senza fretta e senza scopo. Ne proponeva due etimologie, entrambe probabilmente inventate e tutte e due bellissime. La prima la faceva risalire ai pellegrini del Medioevo diretti à la Sainte Terre, in Terra Santa. La seconda a sans terre, senza terra: chi non ha una casa precisa, e per questo è a casa ovunque. Il buon camminatore, scriveva, non va da nessuna parte in particolare, ed è proprio per questo che arriva.

Filosofi e scrittori hanno sempre avuto la tendenza a fare di un’abitudine personale una legge universale. Per molto tempo, quindi, il legame fra camminare e pensare è rimasto una questione di gusti. Poi qualcuno ha deciso di misurarlo.


Un muro bianco

Nel 2014 due ricercatori dell’Università di Stanford, Marily Oppezzo e Daniel Schwartz, pubblicarono uno studio con un titolo che sembra uno slogan: Give Your Ideas Some Legs, date le gambe alle vostre idee. In quattro esperimenti, 176 persone, per lo più studenti, dovevano trovare usi alternativi per oggetti comuni, un test classico del pensiero creativo. Alcune rispondevano sedute, altre camminando.

Chi camminava produceva molte più idee, e più originali. In uno degli esperimenti la quasi totalità dei partecipanti fu più creativa camminando che stando seduta. L’effetto durava anche per qualche tempo dopo, quando ci si sedeva di nuovo. E il dettaglio più sorprendente riguarda il luogo: funzionava anche su un tapis roulant, in una stanza spoglia, davanti a un muro bianco. Non servivano il lago né gli ulivi. Bastava il movimento regolare del corpo.

C’era però anche un risultato opposto, meno citato e prezioso. Nei problemi con una sola risposta giusta, quelli che richiedono di concentrarsi su un punto preciso, chi camminava non faceva meglio di chi stava seduto, anzi restava un po’ indietro. La passeggiata non è uno strumento universale. Aiuta a generare, ad allargare, a vedere possibilità. Per chiudere un calcolo o controllare un contratto, la scrivania resta il posto giusto.

È una distinzione che vale la pena tenere a mente. La questione portata sul sentiero di Castagnola non chiedeva un calcolo. Chiedeva di essere vista da un’altra parte.


Attenzione morbida

Negli anni Ottanta due psicologi dell’Università del Michigan, Rachel e Stephen Kaplan, proposero una distinzione che oggi è alla base di molti studi sull’ambiente. Esiste, dicevano, un’attenzione diretta: quella che usiamo per leggere un documento, guidare nel traffico, rispondere a una mail. È preziosa e si consuma. Dopo ore di uso continuo si esaurisce, e con lei la pazienza, la lucidità, la capacità di non distrarsi.

Esiste poi un’altra attenzione, che i Kaplan chiamarono soft fascination, fascinazione morbida. È quella che ci prende davanti al riflesso del sole sull’acqua, alle foglie mosse dal vento, alle nuvole che cambiano forma. Cattura lo sguardo senza pretendere nulla. E proprio perché non chiede sforzo, lascia riposare l’attenzione diretta e le permette di ricaricarsi.

Nel 2008 Marc Berman, John Jonides e Stephen Kaplan misero alla prova l’idea ad Ann Arbor. Alcuni volontari svolsero un compito faticoso di memoria e attenzione, poi fecero una passeggiata di circa un’ora: chi nel parco botanico dell’università, chi lungo le strade trafficate del centro. Al ritorno ripeterono il test. Dopo la camminata nel verde le prestazioni erano migliorate di circa il venti per cento; dopo quella in città, no.

Che la mente lavori anche quando non la dirigiamo lo mostrano pure le neuroscienze. Nel 2001 il neurologo americano Marcus Raichle descrisse un insieme di aree del cervello che si attivano proprio quando non stiamo svolgendo un compito preciso, e si spengono non appena ne cominciamo uno. Lo chiamò default mode network, la rete della modalità predefinita. È la rete che entra in funzione quando la mente vaga: quando ricordiamo, immaginiamo, colleghiamo cose lontane fra loro. Per decenni quello stato era stato considerato un semplice riposo, un rumore di fondo. Oggi sappiamo che è un lavoro di altro tipo, e che una parte importante del nostro pensiero si svolge lì, lontano dal centro della scena.

Lungo il sentiero dell’olivo questa attenzione morbida è ovunque: l’acqua, le foglie degli ulivi che cambiano colore con la luce, i muri a secco. Nessuna di queste cose chiede una risposta. Ed è proprio in quel riposo dell’attenzione che la questione di lavoro, lasciata ai margini, comincia a muoversi da sola.


Contare i passi

Oggi una passeggiata così è diventata più rara di quanto sembri. Non perché si cammini di meno, ma perché si cammina quasi sempre con uno scopo. L’orologio conta i passi, l’applicazione misura il ritmo, il percorso viene scelto per chiudere l’anello dell’obiettivo giornaliero.

L’obiettivo più famoso, i diecimila passi al giorno, ha un’origine curiosa. Nel 1965 un’azienda giapponese mise in commercio un contapassi chiamato manpo-kei, letteralmente misuratore di diecimila passi. Il numero era una trovata pubblicitaria, rotondo e facile da ricordare, non il risultato di una ricerca. Quando nel 2019 l’epidemiologa I-Min Lee di Harvard analizzò i dati di oltre sedicimila donne con un’età media di settantadue anni, trovò che i benefici sulla mortalità crescevano con i passi, ma si stabilizzavano intorno ai settemilacinquecento.

Contare i passi non è sbagliato. Ma trasforma la passeggiata in un compito, e un compito riporta l’attenzione al centro: al numero, al tempo, all’obiettivo. Darwin aveva fatto il contrario. I sassi contavano per lui, perché lui non dovesse pensarci. La passeggiata senza meta è forse l’ultima attività quotidiana che si rifiuta di essere misurata, ed è proprio per questo che produce qualcosa che le attività misurate non producono.


Il lavoro della periferia

Su questa rivista chiamiamo Calm Performance un modo di lavorare che non misura la prestazione solo da ciò che produce, ma anche dalle condizioni che la rendono possibile. Una di queste condizioni è l’alternanza. Il lavoro concentrato ha bisogno di momenti in cui l’attenzione si allarga, così come il respiro ha bisogno di espirare. Chi passa dieci ore alla scrivania convinto che ogni minuto lontano sia tempo perso finisce per guardare i problemi sempre dallo stesso lato.

Non si tratta di lavorare meno. Si tratta di accettare che il pensiero ha due modi di funzionare, e che il secondo, quello che si allarga invece di stringere, ha bisogno di tempo vuoto per fare la sua parte. Le idee migliori di una settimana arrivano spesso sotto la doccia, in coda alla posta, lungo il tragitto verso casa: nei momenti in cui nessuno le stava cercando.

Una passeggiata senza meta funziona a poche condizioni, e sono semplici. La prima è non riempirla. Un podcast, una telefonata, le notifiche del telefono riportano l’attenzione al centro, e la periferia resta vuota. La seconda è non pretendere nulla: chi esce con l’obiettivo di trovare la soluzione ha già trasformato la passeggiata in un’altra riunione. La terza, la più sorprendente, è che non serve cambiare paesaggio. Darwin percorse lo stesso anello per quasi quarant’anni. Un percorso conosciuto chiede meno attenzione di uno nuovo, e lascia più spazio a ciò che si porta in tasca.

La domanda, infatti, va portata in tasca, non in mano. Ci si pensa un momento all’inizio, poi la si lascia stare. Il resto lo fa il cammino.


Gandria

A Gandria il sentiero finisce tra le prime case, strette sul pendio e affacciate sull’acqua. Il battello per Lugano parte tra mezz’ora. Ci si siede su un muretto ad aspettarlo.

La questione di lavoro è ancora lì. Non è stata risolta, ma è cambiata. Lungo il sentiero, tra un ulivo e l’altro, ci si è accorti che il problema non era la lettera da scrivere: era la cosa difficile che si rimandava di dire. Visto da qui, è chiaro che va detta per prima, e in poche parole. Domani, alla scrivania, la lettera si scriverà in dieci minuti.

Nessuno potrebbe indicare il punto preciso del sentiero in cui è successo. Non c’è stato un momento di illuminazione, solo un’ora di ulivi, ghiaia e acqua. Forse è proprio questo che una passeggiata senza meta offre: non una risposta, ma il luogo da cui finalmente la si vede. Il battello arriva, il lago si apre verso Lugano. La domenica non ha prodotto niente che si possa contare. Ha prodotto tutto il resto.

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