La stagione che accresce

La chioma arancio e rame di un grande acero d'autunno, con i rami più alti già spogli contro il bosco della montagna

A fine ottobre, in un giardino ai piedi di una montagna, c’è un grande acero che sta cambiando colore. Da lontano sembra in fiamme: arancio, rame, oro, con qualche foglia ancora verde nascosta all’interno della chioma. Sotto, una panchina di legno verde e un tavolino di metallo sono quasi sommersi da un tappeto di foglie già cadute, che scricchiolano appena qualcuno ci mette il piede. Sul prato oltre la rete, l’erba è ancora di un verde estivo, quasi fuori stagione.

Ma se si alza lo sguardo, si vede una cosa che dal basso sfugge. La cima dell’albero è già spoglia. I rami più alti, sottili come tratti di matita, si disegnano nudi contro il bosco della montagna, mentre tutto il resto della chioma brucia ancora di colore. L’acero sta lasciando andare dall’alto, un ramo alla volta, con un ordine preciso.

Chi si siede su quella panchina in un pomeriggio di sole, con il rumore delle foglie sotto le scarpe, ha l’impressione di assistere a una fine, bellissima quanto si vuole, ma pur sempre una fine. A guardare meglio, però, quell’albero sta facendo tutt’altro.


Gli autunni di una vita

Chiamiamo «autunno della vita» l’età in cui si comincia a rallentare, come se di autunni ce ne fosse uno solo e arrivasse puntuale verso i sessant’anni. Ma chiunque abbia vissuto abbastanza sa che non è così. Gli autunni arrivano molte volte, e a età diverse.

Arrivano per un’atleta di trentaquattro anni, la sera dell’ultima partita, quando si slaccia le scarpe nello spogliatoio sapendo che non le riallaccerà più per giocare. Per vent’anni il suo corpo è stato il suo lavoro, e adesso la disciplina, la lettura del gioco e la tenuta sotto pressione che ha imparato dovranno trovare un’altra forma. Arrivano per due genitori il giorno in cui l’ultimo figlio parte, quando la casa torna silenziosa e, passando davanti a una stanza ordinata come non lo è mai stata, ci si chiede che cosa fare di tutto il tempo e di tutta l’attenzione che per tanti anni sono andati lì.

C’è poi un momento che nessuno racconta. È la mattina dopo, quando il corpo si alza all’ora di sempre e cerca il gesto di sempre: la borsa da preparare, la colazione da apparecchiare per tutti. Il gesto parte da solo e si ferma a metà, e per un attimo non si sa che cosa fare delle mani. In quell’attimo affiora una domanda che di solito si tiene lontana: chi sono, adesso che questa cosa non mi chiede più niente? È una domanda semplice, ed è proprio per questo che è difficile reggerla a lungo. E insieme, quasi con imbarazzo, si fa strada un sollievo che non si osa confessare, perché sembra un tradimento verso ciò che si è amato. I due sentimenti convivono, e tutti e due dicono la verità.

In entrambi i casi qualcosa che è stato importante finisce, e la tentazione è leggere quella fine come una perdita. A volte lo è davvero. Ma spesso è un’altra cosa, che assomiglia molto di più a ciò che sta succedendo all’acero.


Ciò che l’albero sa

Una foglia, in autunno, non cade: viene lasciata andare. Prima del distacco, alla base del picciolo, l’albero prepara un taglio sottile e preciso, e a eseguirlo sono cellule vive, che lavorano fino all’ultimo. Quando la foglia si stacca senza vento, è perché quel lavoro è finito.

E prima di tagliare, l’albero raccoglie. Ritira dalle foglie una buona parte di ciò che contengono di prezioso e lo porta nei rami, nel tronco, nelle radici, dove resterà al sicuro per l’inverno. Il giallo e l’arancio che accendono la chioma sono la traccia visibile di questo ritiro: il verde svanisce perché l’albero smonta la clorofilla e se ne riprende la sostanza. Quello che si posa sulla panchina è ciò che resta quando l’essenziale è già stato messo da parte.

Infine, proprio sopra la piccola cicatrice lasciata dalla foglia, c’è una gemma chiusa e dura. Si è formata in estate, quando nessuno la guardava, e contiene già la primavera. Il distacco non apre un vuoto da riempire più tardi. Avviene accanto a qualcosa che esiste già.

L’albero d’autunno, insomma, non sta finendo. Lascia, raccoglie, prepara, e lo fa tutto nello stesso momento. Forse non è un caso che i Romani scrivessero a volte il nome di questa stagione auctumnus, avvicinandolo ad augere: accrescere.


Le mele mature

Nel 44 avanti Cristo, a Roma, un uomo nel suo sessantatreesimo anno scrisse un breve dialogo sulla vecchiaia. Marco Tullio Cicerone mise le proprie idee in bocca a Catone il Censore, che nella finzione è nel suo ottantaquattresimo anno e spiega a due amici più giovani perché la sua età non gli pesa.

Una delle immagini più celebri del De senectute viene da un frutteto. Le mele acerbe, dice Catone parlando della fine della vita, si strappano dal ramo con la forza; quelle mature cadono da sole. L’immagine vale anche per i distacchi che vengono prima: c’è un distacco che è una ferita, quando qualcosa ci viene tolto prima del tempo, e ce n’è un altro che è un compimento.

Ma il suo Catone parla anche di ciò che si comincia. Racconta con orgoglio di aver imparato il greco da vecchio, con l’avidità di chi vuole saziare una lunga sete. Le grandi cose, dice, si fanno con il consiglio, l’autorevolezza e il giudizio, e queste qualità, con gli anni, tendono a crescere. Per dirlo Cicerone usa proprio il verbo che abbiamo trovato nel nome dell’autunno: la vecchiaia, scrive, di solito se ne accresce. E le virtù coltivate a ogni età, aggiunge, quando si è vissuto a lungo e molto, danno frutti straordinari.

Sedici secoli dopo, Montaigne trovò poco dignitoso quel vecchio che si rimetteva sui libri: ogni cosa, scrisse, ha la sua stagione. È un’obiezione che chiunque abbia cambiato strada dopo i quarant’anni ha sentito almeno una volta, spesso detta con affetto e con le migliori intenzioni. Eppure, in quella stagione della vita che per Montaigne serviva a godersi ciò che si era imparato, un pittore francese stava facendo il lavoro migliore della sua vita.


La montagna di Cézanne

Paul Cézanne, negli ultimi anni, saliva spesso sulla collina dei Lauves, alle porte di Aix-en-Provence, per dipingere la stessa montagna, la Sainte-Victoire. L’aveva già dipinta decine di volte, e ogni volta ricominciava, come se non l’avesse ancora vista davvero. Aveva alle spalle decenni di tentativi, di quadri rifiutati, di critiche feroci. Non aveva mai smesso di cercare.

C’è qualcosa, in quell’ostinazione, che chiunque abbia fatto bene un mestiere per molti anni riconosce. Dopo un certo tempo si lavora soprattutto per vedere meglio. Le critiche pesano meno, l’approvazione anche, e resta la domanda che ci si porta dietro da sempre, finalmente libera di occupare tutto lo spazio.

Morì nell’ottobre del 1906, a sessantasette anni, pochi giorni dopo essere stato sorpreso da un temporale mentre dipingeva all’aperto. L’anno seguente il Salon d’Automne di Parigi gli dedicò una grande retrospettiva. Tra i visitatori c’erano due giovani pittori, Pablo Picasso e Georges Braque, e da quella pittura, in cui le forme si scompongono in piani di colore, nacque una parte decisiva del cubismo. Il suo lavoro migliore è nato da tutto ciò che quegli anni avevano depositato nel tronco, ed è diventato il terreno su cui altri sono cresciuti.


Ancora molto da dare

Non serve essere Cézanne per riconoscersi in questa storia. Basta, a volte, guardarsi intorno a tavola.

Nella stessa famiglia ci sono due uomini che, arrivati a un autunno, hanno scelto di leggerlo come una stagione di raccolto. Il primo, a settant’anni, si è messo a scrivere romanzi, con la serietà di chi ha finalmente trovato il tempo per una cosa che aspettava da sempre. Da allora ne ha scritti cinque. Chi li legge incontra un autore che ha avuto bisogno di tutti quegli anni per avere qualcosa da raccontare.

Il secondo, superati i sessant’anni, ha chiuso un’attività costruita in una vita di lavoro. Funzionava, aveva avuto successo, e proprio per questo lasciarla è stato difficile. Ma quella forma era diventata troppo pesante da portare, e tenerla in piedi gli consumava l’energia che voleva per altro. Così l’ha lasciata andare, come l’albero lascia una foglia che ha già dato tutto, e si è tenuto ciò che contava: l’esperienza, il giudizio, il mestiere.

Quello che è venuto dopo assomiglia a un inizio. Ha ricominciato a studiare, a costruire, a cercare, con progetti nuovi che stanno appena nascendo e un solo desiderio: che questa spinta duri il più a lungo possibile. Dice di sentire l’altro significato dell’autunno, quello dell’abbondanza: il raccolto di una vita intera e, aggiunge con un certo pudore, una forma di saggezza.

Ognuno, a modo suo, ha fatto come l’acero in giardino: ha lasciato ciò che aveva già dato tutto, ha raccolto ciò che valeva e l’ha trasformato in qualcos’altro. I romanzi scritti a settant’anni sono fatti di quello che il loro autore ha visto e capito; ciò che nasce dopo una vita di lavoro è fatto di quella stessa vita.

L’autunno, del resto, non è il momento in cui l’albero smette di dare. È quello in cui dà di più. Perfino le foglie, una volta a terra, diventano il nutrimento del suolo da cui l’albero berrà in primavera. Ciò che lascia andare smette soltanto di essere suo e comincia a servire ad altro.


L’energia per ricominciare

Quando parliamo di Calm Performance, di solito pensiamo a una giornata o a un progetto: arrivare in fondo con l’energia, l’attenzione e la lucidità ancora intatte. Vale anche per le stagioni di una vita.

Chi chiude una fase per tempo protegge l’energia che gli servirà per la successiva. È ciò che fa l’albero quando ritira le sue riserve prima del freddo: non aspetta che il gelo decida per lui, perché ciò che non avrà messo al sicuro se lo prenderà l’inverno. La differenza tra chi attraversa un autunno e chi lo subisce sta spesso tutta nel momento in cui si sceglie di lasciare: finché c’è ancora la forza di raccogliere e di portare in salvo ciò che conta.

Il momento giusto raramente si annuncia. Lo si riconosce da segnali piccoli, che si preferirebbe non vedere: la sera in cui ci si accorge di difendere una cosa più per abitudine che per convinzione; il lunedì che pesa già la domenica pomeriggio; la fatica di spiegare agli altri perché si continua, che a poco a poco diventa la fatica di spiegarlo a sé stessi. E c’è la paura di sentirsi dire «hai mollato», che spesso è soltanto la nostra voce prestata a qualcun altro. Lasciare per tempo vuol dire ascoltare quei segnali finché si sentono ancora, prima che li copra il rumore della stanchezza.

Non sempre la scelta è nelle nostre mani. A molti l’autunno arriva addosso come una gelata improvvisa: un licenziamento, una malattia, un’azienda venduta da altri. In quei casi la foglia viene strappata, e nessuna immagine poetica lo rende meno doloroso. Ma anche allora l’albero ricorda una cosa: ciò che verrà si era già formato prima del distacco. Per vederlo bisogna alzare lo sguardo dal suolo al ramo.


La cima spoglia

Lo stesso acero quasi spoglio, con le ultime foglie arancio sui rami bassi e un tappeto di foglie intorno alla panchina verde

Nel giardino la luce si è abbassata, e l’acero ha perso quasi tutto il suo fuoco: restano le ultime foglie arancio sui rami bassi, e intorno alla panchina il tappeto si è fatto più fitto. Sul tavolino di metallo si è posata una foglia intera, ancora tiepida di luce. Nessuno l’ha vista cadere.

In alto, i rami spogli della cima si confondono ormai con il bosco della montagna. Da qui sembrano soltanto legno nudo. Ma chi salisse fin lassù e li guardasse da vicino troverebbe, sopra ogni cicatrice lasciata da una foglia, una piccola gemma scura, chiusa e dura. Su quei rami, che da lontano sembrano finiti, la primavera è già stata preparata.

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